Joseph Wresinski (1917-1988)

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Dell’indivisibilità dei diritti dell’Uomo.

I PIU POVERI QUALI TESTIMONI DELL’INDIVISIBILITÀ DEI DIRITTI DELL’UOMO

Contributo del Padre Joseph Wresinski alla riflessione fondamentale sui Diritti dell’Uomo effettuata dalla Commissione nazionale consultiva sui Diritti dell’Uomo (Francia).

PREFAZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA

La forza del messaggio consegnatoci da queste brevi cartelle risiede a ben vedere nel suo carattere elementare, per non dire ovvio. Alle sue spalle non c’è un corpus ideologico precostituito e neppure una geniale intuizione : c’è la testimonianza vissuta della condizione dei poveri, condivisa per nascita, prima che per una scelta. Proprio tale dato di partenza può peraltro, e paradossalmente, ostacolare talora la comprensione di questo messaggio da parte di chi ne cerchi l’originalità altrove che nella peculiarità di una situazione apparentemente banale.

L’affermazione dell’indivisibilità dei diritti dell’uomo che in termini astrattamente culturali, potrebbe considerarsi scontata, non è infatti pronunziata qui a titolo personale, ma sulla scorta di un’esperienza vissuta e condivisa. La richiesta fondamentale che il Padre Wresinski formula a questo riguardo è una rivendicazione di identità del povero quale soggetto di diritti cosciente e compartecipe, rivendicazione che costituisce il presupposto necessario di un durevole superamento della stessa emarginazione economica, in quanto condizione di un suo contributo alla vita della società.

E appunto in tal senso che, secondo questa testimonianza, i diritti dell’uomo sono indivisibili, tanto all’interno della nostra società quanto nel più vasto ambito internazionale. A partire da questa semplice constatazione - che individua il punto su cui far leva per interrompere una spirale involutiva altrimenti inarrestabile - è possibile tra l’altro, superare la principale difficoltà della cooperazione allo sviluppo, garantendo al tempo stesso il rispetto delle diversità culturali e l’universale tutela dei diritti dell’uomo, fondata sulla corresponsabilità di ciascuno nella promozione del bene comune ad ogni livello della vita sociale.

Al di là degli steccati che ancora segmentano e compartimentano il « villaggio planetario », la morfologia dell’emarginazione offre in questa testimonianza una insospettata omogeneità di aspirazioni : il mondo degli ultimi si presenta agli occhi di chi sappia intenderne con la necessaria umiltà le voci più profonde, come la sede naturale di un rivolgimento capace di restituire all’impegno sociale una radicale novità.

Carlo Meriano

Consigliere del Comitato Economico e Sociale delle Comunità Europee

***

Padre Joseph Wresinski è stato richiamato a Dio prima di aver concluso la stesura definitiva del suo contributo a questa riflessione fondamentale sui Diritti dell’Uomo. Anteriormente all’ultimo ricovero in ospedale egli aveva delineato la struttura e gli approfondimenti da apportare. E’ quindi sotto la sua dettatura che abbiamo proceduto ad una ultima revisione, certi di non tradire l’acutezza del suo pensiero e ispirandoci alla sua precisione nella scelta delle parole.

Incontrare Padre Joseph attraverso questo scritto significa incontrare l’uomo che fin dagli anni della giovinezza nella JOC e durante la sua vita sacerdotale, non ha mai cessato di approfondire la sua conoscenza sui diritti inalienabili dell’uomo e di combattere affinché questi fossero restituiti ai più poveri. Egli a 71 anni riteneva di dover ancora progredire, non accontentandosi di quanto aveva acquisito, volgendosi sempre verso le famiglie più povere per apprendere maggiormente dalla loro esperienza.

Apprendere i Diritti dell’Uomo da coloro che ne sono privati, adoperarsi ad esercitarli insieme a loro, era questa per lui la via più sicura verso una società garante di progresso continuo, in quanto capace di scegliersi le guide migliori. Il fervido auspicio da lui trasmesso è che i difensori dei diritti dell’uomo continuino ad approfondire la comprensione di quanto i più poveri ci insegnano sull’indivisibilità dei diritti fondamentali di ogni uomo.

In nome del volontariato ATD Quarto Mondo

Claude Ferrand.

***

Introduzione

L’uomo, il suo messaggio, il suo destino, sono questi più che mai i temi del pensiero e della lotta del mondo di oggi. Non è forse anche questo il contenuto dei dibattiti e delle lotte cosi ampiamente sviluppati alla nostra epoca sui Diritti dell’Uomo?

Eppure, quarant’anni dopo la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite, essi vengono attuati in misura inferiore alle molte aspettative, più limitatamente a quanto si era per tanto tempo immaginato nelle nostre democrazie occidentali. Non si riscontra quanto ci si aspettava: vi sono paesi in cui questi diritti vengono rispettati e altri dove lo sono di meno o non lo sono ancora. La grande povertà, riemersa nei paesi ricchi che ne avevano dimenticata l’esistenza, è percepita oggi come una violazione sistematica dell’insieme dei diritti fondamentali. In tutti i paesi si constatano quindi delle grandi violazioni, che non sono accidentali, ma inerenti al modo stesso in cui gli uomini organizzano la vita della comunità nazionale e internazionale.

Si comprende come la Commissione nazionale consultiva dei Diritti dell’Uomo, impegnata fin dalla sua fondazione nell’esame di situazioni e di legislazioni specifiche molto diverse, non abbia voluto accettare questa situazione. Una riflessione sui fondamenti stessi riconosciuti come inalienabili era necessaria, tanto più che essa mancava in Francia e nel resto del mondo. Vorrei tentare di contribuire a tale riflessione facendo un riepilogo sostanziale dell’insegnamento ricevuto dai poveri. Ho avuto il privilegio di condividere la vita e la lotta in Europa Occidentale, in Africa, nelle Americhe, in Estremo Oriente, come uomo nato nella miseria e sacerdote della Chiesa cattolica romana. Vorrei tracciare gli itinerari di ricerca lungo i quali popolazioni prive di ogni diritto mi hanno condotto nel corso della mia vita.

Queste popolazioni mi hanno fatto scoprire le realtà vissute che riuniscono i più poveri attraverso le culture e i continenti e che riflettono dappertutto la stessa condizione di privazione dei diritti. Realtà che li hanno portati a scegliersi la denominazione di "Quarto Mondo", popolo al di fuori di tutti i mondi che gli altri si sono creati. Testimonierò anche il rifiuto di questa condizione di miseria opposta dalle vittime e da coloro che si sono messi al loro fianco. Rifiuto che sembra fondarsi, indipendentemente dalla latitudine, sulla concezione dell’uomo quale persona avente diritto a responsabilità e ai mezzi per esercitarli per il bene comune; concezione dell’uomo come essere indivisibile nella sua essenza e quindi detentore di responsabilità e di diritti indivisibili; ma anche come uomo indissociabile dagli altri, parte attiva di un’umanità indivisibile, dove il più povero deve poter partecipare alla missione comune.

Come diceva ancora di recente Michel Mollat (Audizione dinanzi alla Sezione Affari sociali del Consiglio Economico e Sociale 18 marzo 1986), tutti i progressi decisivi dell’uomo verso un livello più avanzato di umanità sono stati realizzati, nel corso dei secoli, a partire da una ripresa in considerazione dei più poveri dell’epoca. C’è da aggiungere che purtroppo gli uomini dimenticano rapidamente quanto devono ai più poveri nel corso dei secoli. Oggi in particolare paiono aver dimenticato che devono loro una concezione dell’uomo quale individuo pari ad ogni altro, libero e quindi soggetto del diritto di partecipare come partner eguale, libero e indispensabile alla vita degli altri.

In conclusione, questa concezione dell’essere umano sembra poter essere accolta da tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro appartenenza culturale o spirituale. Per i più poveri, tutti gli uomini sembrano dover svolgere la missione di promuovere il diritto dell’uomo di ricevere i mezzi per esistere ed agire in conformità con la sua grandezza.

1. POPOLAZIONI PRIVE DEL DIRITTO DI ABITARE LA TERRA

Dai tempi più lontani cui risalgono i miei ricordi d’infanzia fino ad oggi, i più poveri mi sono apparsi come famiglie, in sostanza tutto un popolo, alle quali era vietato abitare il mondo degli altri; abitare la città, il paese, la terra. Come si poteva infatti definire "abitare" questo modo di ammucchiarsi, nascondersi, ripararsi con mezzi di fortuna, al margine del quartiere dove la mia stessa famiglia viveva in un tugurio? Popolazione relegata nella città bassa di Angers, in mansarde, in qualche locale sul cortile dove il sole non entrava mai, in uno stanzino senza finestre, in fondo a un corridoio, in uno scantinato non destinato ad abitazione. Popolazione che per il fatto stesso di abitare la terra in condizioni cosi precarie, era ritenuta indegna di abitare in comunità con famiglie meno sventurate: "Tacete dunque, come pretendere che vi si prenda sul serio se vivete in queste condizioni?"

Più tardi, parroco di campagna, invitato a desinare la domenica dall’uno o l’altro dei contadini ricchi della mia parrocchia, trovavo seduti alla stessa tavola lavoratori agricoli stagionali. Provenivano da alloggi privi di comodità, prestati loro per il tempo del contratto di lavoro. Sedevano all’estremità della tavola dove veniva servita soltanto una minestra, mentre gli invitati che circondavano il proprietario ricevevano un pasto completo. Lavoratori che abitavano successivamente in luoghi diversi, sempre provvisoriamente, e per i quali anche la qualità di invitati della domenica rifletteva la qualità di uomini poveri da alloggiare e nutrire al minor costo possibile, per il tempo del loro servizio. Uomini, famiglie che, venuto l’inverno, avrebbero dovuto rifugiarsi in una capanna nascosta nel sottobosco, in un riparo fatto di terra e rami, scavato in un pendio di collina per non bagnarsi, in un granaio abbandonato....

Infine arrivai al campo dei senzatetto a Noisy-le-Grand, terra fuori del mondo dove centinaia di famiglie abitavano in "iglò" di fibrocemento che altrove erano destinati ai maiali; e anche questo solo provvisoriamente, chi infatti poteva ammettere a lungo una "lebbra" del genere alle porte di Parigi? Qui di nuovo trovavo famiglie trattate come oggetto di provvedimenti, di aiuti e di controlli più che come soggetti di diritti. Famiglie che avevano come sola identità una denominazione negativa: "asociali", "disadattate", "pesanti", "famiglie con problemi"; la sola etichetta più o meno neutra di "senzatetto" era stata a poco a poco soppressa.

Vennero poi gli anni in cui, con la diramazione nel mondo del movimento ATD Quarto Mondo, la mia attività mi condusse attraverso l’Europa e in tutti i continenti. Per ritrovare sempre, nei confronti dei più poveri, questo stesso divieto di abitare la terra e di esistere rispetto agli altri. Famiglie sul lastrico nelle grandi città del Nord America, la loro identità familiare annullata per essere stipate, i bambini e le madri da un lato, i padri dall’altro, nei ricoveri del sistema di assistenza. Famiglie dell’America latina che hanno lasciato la campagna e la fame per arroccarsi ai bordi di un precipizio vicino alla capitale. Nell’ambito di queste famiglie le nascita e le morti non vengono registrate, perché non dovrebbero trovarsi in luoghi dove è vietato abitare. Quando la pioggia tropicale trascina una capanna nel precipizio, questo significa che dei bambini hanno vissuto e sono morti senza mai essere esistiti per le amministrazioni, come non esistono nei registri e nelle statistiche nazionali e internazionali le famiglie stabilite su un terreno paludoso, ai bordi di una baia, in qualche località delle Antille. Esse vi si trovano illegalmente e, dopo il passaggio del bulldozer per spianare il terreno in vista di un’altra utilizzazione, nessuno avrà mai notizia delle centinaia di ricoveri, delle misere suppellettili ridotti in polvere. Nessuno saprà dove vanno errando, dove si nascondono queste famiglie ovunque indesiderate.

Cosi nessuno conosce la sorte degli abitanti più poveri, più malati dei villaggi a sud del Sahara devastati dall’oncocercosi resi invalidi a vita dalla cecità causata dall’acqua dei fiumi; si erano trasferiti in terre più aride insufficienti a nutrirli. Che sarà avvenuto di quelle famiglie più labili che non sono ritornate, come i loro vicini, ai villaggi d’origine dopo il risanamento di questi ad opera di un vasto programma internazionale? Sappiamo che alcune sono state respinte ancora più lontano nella boscaglia, mentre altre si sono rifugiate in città, i ciechi ad elemosinare il venerdì alla moschea, i bambini per la strada.

Che dire dei bambini che vivono nella strada, in tutti i continenti in via di sviluppo, mendicando e rubando per nutrirsi e talvolta per nutrire tutta la famiglia, dei bambini sdraiati la notte accanto a un mattatoio e che all’alba rovistano nei rifiuti della città? E’ il risultato inevitabile dell’inumano rifiuto nei confronti dei più poveri del diritto di abitare la terra. Risultato di cui non sempre ci si sente sufficientemente corresponsabili nei paesi ricchi.

Tra questa miseria dei paesi lontani che priva di qualsiasi diritto e la grande povertà di una famiglia dell’Ile de France esiste un differenza fondamentale? Penso a una famiglia che nel 1987 viveva nello scantinato di una casa in rovina in un villaggio abbandonato nei pressi dell’aeroporto di Roissy, in Francia. Senza domicilio ufficiale, senza lavoro, senza certificato elettorale, ma anche senza la possibilità di iscrivere i figli a scuola. La famiglia era stata denunciata per occupazione abusiva di abitazione e l’aeroporto chiedeva diecimila franchi di danni e gli interessi. Stranamente la famiglia aveva un dossier presso le autorità giudiziarie, mentre era inesistente per le autorità scolastiche e per gli uffici responsabili degli alloggi. Per accelerarne la partenza il comune interruppe l’erogazione d’acqua del cimitero dove la famiglia si riforniva.

In conclusione più l’uomo è povero e più la sua misera abitazione sarà bassa, la sua capanna fragile, il suo sottoscala stretto ed umido, il suo tugurio in rovina, la sua casupola situata negli angoli più putridi di una "bidonville", lontana da qualsiasi acqua anche stagnante e contaminata. E inoltre bisogna curvarsi per entrare, stringersi gli uni agli altri in uno stato di sovraffollamento che pregiudica ogni armonia di vita. Infatti la precarietà dell’ambiente genera l’insicurezza nelle relazioni, nell’amicizia tra vicini, nell’amore tra gli sposi, tra genitori e figli. Nascono quindi il disordine e la violenza. Le famiglie a causa della miseria diventano a poco a poco indesiderabili, ispirano ripugnanza e paura nell’ambiente che le circonda. Saranno cacciate quando non saranno loro stesse a fuggire. E non otterranno più un lavoro precario o provvisorio.

Alla fine i più poveri dei senzatetto si rifugiano in terreni abbandonati, sottoboschi, zone periferiche urbane temporaneamente inutilizzate, minacciati dai bulldozer. Al termine del loro pellegrinare giungono all’occupazione abusiva delle abitazioni e per i bambini, la notte, i banchi del mercato divengono un rifugio dopo una giornata passata a lottare per la sopravvivenza nelle strade, nei parcheggi o sulle spiagge delle metropoli.

Toccare il fondo è soprattutto il passaggio da una identità già negativa a questa specie di non identità, di non esistenza amministrativa, a questa cancellazione da ogni registro, da ogni statistica. Degli esseri umani, delle famiglie appaiono allora come dei fantasmi: sono stati visti, ma non si sa più dove e quanti siano. Non vi è più speranza di fare ancora parte di coloro che un giorno proclamarono "Noi, popoli delle Nazioni Unite", questa comunità internazionale che aveva scelto come obiettivo la realizzazione dei diritti dell’uomo. E soprattutto non vi è più speranza di poter unire le proprie forze a quelle degli altri per combattere insieme per la conquista dei diritti e provare quindi la propria esistenza. Più gli uomini sono poveri, privati del diritto di abitare la terra, più avrebbero bisogno di unire le loro forze attraverso il mondo. E invece, sfortunatamente, meno diritti hanno e meno sono liberi e in grado di unirsi per una qualsiasi lotta comune. Infatti, senza identità presente sono anche privi di storia e fuori della storia del proprio popolo; non appartengono a una collettività, che, in nome della storia passata e presente, persegua un progetto di avvenire comune.

Questa è la realtà. Ma ciò che conta maggiormente non è forse la sofferenza che si cela dietro di essa? La grande povertà, nel pregiudicare l’insieme dei Diritti dell’Uomo, rappresenta uno spreco inaccettabile d’intelligenza, inventiva, speranza e amore. E’ lo spreco di un capitale incalcolabile rappresentato da uomini, donne, bambini esclusi dal diritto, dall’amministrazione, dalla comunità e dalla democrazia. E soprattutto, dietro il silenzio dei nostri registri e delle nostre statistiche, sussiste un’infanzia mutilata, giovani abbandonati alla disperazione, adulti ridotti a dubitare della loro condizione di uomini e della loro dignità.

Infatti, i più poveri ce lo ricordano spesso: l’analfabetismo, la disoccupazione non sono la peggiore sventura per l’uomo. La peggiore sventura è di non essere assolutamente considerati, al punto che persino le sofferenze sono ignorate. La cosa peggiore è il disprezzo dei concittadini. E’ questo che esclude da ogni diritto, che impedisce di essere riconosciuti degni e capaci di responsabilità. La più grande disgrazia dell’estrema povertà è di essere in pratica come un morto vivente per tutta la vita.

2. UOMINI CHE LOTTANO PER AFFERMARE LA LORO DIGNITA

Che l’estrema indigenza umili gli uomini, distrugga la loro identità e faccia della loro vita una continua lacerazione è un fatto che abbiamo riscoperto nei paesi ricchi. E’ vero che per alcuni decenni l’Occidente è parso dimenticare la miseria nei suoi confini. I poveri erano divenuti una minoranza apparentemente cosi insignificante che l’opinione pubblica ne aveva in qualche modo perduto il ricordo. Ma è vero anche che in tale periodo della nostra storia non sono mai mancati uomini e donne che testimoniavano l’esistenza di un Quarto Mondo rimasto incatenato ai piedi della scala sociale. Uomini e donne che rifiutavano di essere dimenticati e che, come cittadini del loro tempo, hanno innestato un duplice progresso. E’ a loro che dobbiamo la ridefinizione della grande povertà nel contesto dei diritti dell’Uomo e il ristabilimento dei rapporti associativi con i più poveri, rapporti che permettono di riconoscere allo stesso tempo le loro sofferenze e le loro speranze.

Certo i nostri paesi non possono più rivendicare i meriti, che credevano di avere in materia di realizzazione dei diritti inalienabili dell’uomo. Tuttavia, riconoscendo i loro insuccessi, hanno contribuito a un progresso significativo nella comprensione del rapporto tra l’indivisibilità di tali diritti e la miseria. Basta ricordare la definizione adottata dal Consiglio economico e sociale francese nel suo "Parere e rapporto" sulla "Grande povertà e precarietà economica e sociale" dell’11 febbraio 1987. Secondo questo testo: "Le situazioni di grande povertà sono il risultato di una concatenazione di precarietà che investono vari aspetti della esistenza, che persistono e compromettono la possibilità di assumere le proprie responsabilità e di riconquistare i propri diritti con i propri sforzi, entro un futuro prevedibile".

Questa definizione rappresenta una novità di grande portata. Certamente molta strada resta da percorrere perché essa penetri nella mentalità e nelle politiche, tuttavia non costituisce di per sé un fatto acquisito?

D’altro canto, i rapporti di solidarietà e di partenariat sempre più largamente sperimentati con famiglie che non contavano più nulla nella vita della nazione non rappresentano forse anch’essi un progresso notevole? Senza questi rapporti avremmo ignorato ancora per molto tempo le sofferenze derivanti dall’assenza di qualsiasi diritto e dal rifiuto ostinato delle famiglie di vedersi private di una identità rispettabile. Continuando ad imporre loro il silenzio, non avremmo capito che tutta la loro esistenza è un grido continuo. Nel ristabilire rapporti privilegiati con esse - pur attualmente circoscritti ai semplici cittadini e alle organizzazioni non governative - siamo ora consapevoli del fatto che occorre riprendere l’attuazione dei diritti dell’uomo partendo dai più poveri. In quanto totalmente mistificati nella loro identità di soggetti di libertà e di diritti, essi sono coloro che hanno più da insegnarci in questo campo. Inoltre si comprende ora che essi sono i nostri compagni privilegiati, partner di diritto in questa nuova lotta, dato che sono i primi a rifiutare l’esclusione e a conoscere le condizioni per eliminarla.

Nei nostri paesi, membri della CEE, quando le famiglie sono povere al punto di non avere i mezzi per comprare le scarpe per i bambini né il detergente per pulire i vestiti, i gesti di rifiuto rimangono spesso invisibili ai nostri occhi. Quante volte ho visto uomini che non osavano più presentarsi all’Ufficio nazionale di collocamento perché il loro aspetto precludeva un impiego? Li ho visti adattarsi per pochi soldi a lavori degradanti "in nero" (pulitura, scarico, derattizzazione) e piangere di vergogna di nascosto. Ci rendiamo forse conto del coraggio per accettare i controlli, le interrogazioni continue sulla propria vita intima e quella dei familiari, conseguenti alla dipendenza nei confronti degli aiuti pubblici? Chi tra i più poveri non ha sentito che non lo si credeva, chi non è stato accusato di simulazione, quale donna non si è sentita dire che fantasticava allorché si rivolgeva all’amministrazione per chiedere aiuti. Quali genitori non sono stati tacciati di cattiva volontà per non aver mandato i figli a scuola, quando non potevano neanche dar loro la colazione perché avessero la forza di recarsi a scuola a piedi, a quattro chilometri del loro quartiere miserabile, privo di un servizio scolastico di autobus? Quali bambini del quarto mondo non sono stati accusati di falsità, avendo portato a giustificazione di una loro assenza il fatto che la loro madre era malata ed avevano dovuto occuparsi dei fratelli più piccoli? Quali bambini non hanno provato vergogna quando la loro maestra si è assunta l’onere di vestirli decorosamente, senza pero’ nasconderlo ai loro compagni?

Tuttavia, prima o poi, i bambini riprendono il cammino della scuola, gli uomini quello del lavoro degradante, le donne si dirigono verso il servizio di assistenza sociale o l’aiuto parrocchiale. Se è vero che talvolta i nervi cedono, che alcuni, esausti, si abbandonano alla violenza e al bere, è vero anche che in nessun altro ambiente ho riscontrato un desiderio cosi vivo di far bene, tanti insuccessi dovuti al non sapere come procedere, tanta volontà di non abbandonarsi troppo a lungo alla disperazione. Questa esistenza oscura, priva di ogni segno esteriore di dignità, queste mani vuote, questa impossibilità di avere una vita familiare e sociale, non dovrebbero invece gettare le famiglie del Quarto Mondo nella disperazione e nell’odio? Umiliate a tal punto, non dovrebbero essere prostrate? E invece nelle case, nelle strade, nei quartieri sottoproletari vediamo tutti i giorni persone risollevarsi, famiglie riprendere vita, genitori resistere. "Lo facciamo per i figli", dicono ai rari testimoni che se ne meravigliano..."siamo nonostante tutto esseri umani", aggiungono taluni a bassa voce.

La situazione sarebbe diversa per i più poveri nei paesi in via di sviluppo? Che cosa non si è detto sull’apatia delle popolazioni, che non vedono dove sta il loro interesse, chiuse come sono in una cultura che sembra opporsi ai cambiamenti? Invece siamo stati troppo costantemente testimoni del contrario per poter credere che degli uomini, indipendentemente dal loro stato, possano accettare di buon grado la grande povertà. E’ vero che abbiamo visto famiglie, interi villaggi, ancorarsi a una cultura ancestrale che logorava i corpi senza poterli nutrire; questo non perché rifiutavano il cambiamento, bensì perché nessuno garantiva che esso non li avrebbe gettati in una miseria senza uscita. Abbiamo visto madri nelle "bidonville" a sud del Sahara dare al mattino presto al loro piccolo la pappa giornaliera, poi partire a piedi nudi per trovare un lavoro in città; madri che rifiutavano ostinatamente di affidare il bambino a un orfanotrofio perché sapevano che non lo avrebbero più riavuto.

"I poveri", mi diceva una madre, "devono lavorare senza avere un mestiere, senza niente. E vivono unicamente per non morire. Ma questo non è vivere una vera vita; la vita non è cosi". E alla domanda che cosa era per lei la vita aggiunse: "la vita è non dover mai mendicare, essere rispettati, salutati in modo civile. Quando la mia padrona m’insulta, non dico niente, penso in me stessa che la mano che dà è sempre al disopra della mano che riceve. Per i miei figli rinuncio a rispondere. Ma la padrona non è Dio; Dio sa chi sono veramente".

Il seminario internazionale "Famiglia, estrema povertà e sviluppo", tenuto dall’UNESCO nel giugno 1987, affermava che i più poveri nel mondo intero vivono unicamente del frutto dei loro sforzi, del sostegno dei concittadini e delle piccole O.N.G. locali. E’ questo rifiuto di accettare lo stato di fatto, rifiuto forse ingenuo, inefficace, a mani vuote, ma infinitamente tenace, che veniva proclamato dinanzi alle grandi istituzioni intergovernative. Nel contempo veniva proclamato l’indispensabile rispetto dei Diritti dell’Uomo nella loro globalità, essendo oggi evidente la loro interdipendenza nella vita dei più poveri in tutto il mondo. Infatti un analfabeta, un adulto permanentemente disoccupato, le famiglie interamente dipendenti dagli aiuti pubblici, sono persone politicamente disarmate nei paesi industrializzati, anche se teoricamente la libertà politica è loro riconosciuta. Parimenti, la libertà di opinione, di espressione, di associazione restano lettera morta per famiglie accampate ai limiti del deserto in un paese in via di sviluppo, prostrate dalle febbri e dalla miseria e che mangiano solo ogni due o tre giorni.

L’esistenza dei poveri di tutti i continenti mostra che accordare libertà civili, diritti politici, senza offrire mezzi concreti per assumerli, può essere peggio che rifiutarli. Significa sprofondare i più poveri nella loro esclusione, umiliarli perché non si comportano da cittadini liberi, mentre in teoria questo è loro permesso. Significa consegnarli, mani e piedi legati, all’arbitrio di quelli che hanno i mezzi per far uso della loro libertà. D’altra parte accordare d’autorità un reddito minimo, un impiego qualsiasi, un qualsiasi alloggio, senza dare la possibilità di esprimere il proprio parere, di scegliere, di negoziare o di rifiutare, significa di nuovo essere ridotti ad una cittadinanza di secondo ordine. In una capitale dell’Europa occidentale, non si sono assegnati quartieri fatiscenti a tutte le famiglie senza lavoro né risorse o che ricevevano un reddito minimo dallo Stato? Mentre in un’altra città delle famiglie senza casa sono state trasferite d’ufficio oppure costrette a farsi rialloggiare in immobili sprovvisti di servizi sanitari decenti, inadatti a qualsiasi vita familiare. Che cosa significano la libera scelta dell’abitazione, la libera circolazione, per le popolazioni in estrema povertà nel Nord o nel Sud?

A giudicare da ciò che queste popolazioni c’insegnano, i più poveri pagano i diritti accordati frammentariamente con sovrappiù di umiliazioni, di dipendenza e di disprezzo. "Non potevano provvedere alla manutenzione dei pozzi, dei trattori che abbiamo loro fornito?" si osserva, dimenticando che in una regione di carestia occorreva fornire anche mezzi adeguati per apprendere una nuova cultura, dare agli interessati il tempo della riflessione e della libera scelta. E ancora: "questa gente non ha senso politico" si dice di una popolazione dei quartieri poveri di una città europea che non si reca a votare; giudizio dal quale gli abitanti non sanno difendersi. Nei loro quartieri le scuole sono male attrezzate, le classi sovraffollate da varie generazioni. Molti adulti non sanno leggere i programmi politici e comunque il loro parere non è richiesto per la loro elaborazione.

Nei confronti dei più poveri è sempre più evidente che solo una lotta per l’insieme dei diritti può assicurarne la dignità umana. Infatti, a forza di preoccuparsi di realizzare ora una categoria di diritti, ora un’altra, non si è forse dimenticato quale debba essere il fine di tutti i diritti, vale a dire promuovere la dignità inalienabile di ogni essere umano? Eccettuato questo oblio, quale altra spiegazione, quale scusa possono concedersi le società come le nostre che invece di mobilitare tutte le forze tollerano che, oltre alla precarietà delle condizioni di vita e alla povertà, una parte dei loro membri sia abbandonata ad una miseria distruttrice?

3. UNA CONCEZIONE DELL’UOMO, FONTE DI RESPONSABILITA E DIRITTI

Presentare la grande povertà come un problema che riguarda i difensori dei diritti dell’uomo rappresenta, come abbiamo detto, una novità, che non ha mancato di sorprendere i nostri paesi democratici occidentali. Questo fatto è stato evidenziato dal Consiglio Economico e Sociale francese. Quest’organo, conformemente al suo mandato, aveva deciso di riflettere e di proporre al governo il suo parere su una realtà economica e sociale che sempre più preoccupava il paese. La sua analisi sfociava logicamente su un interrogativo circa l’applicazione dei diritti inalienabili garantiti dalla Costituzione: la grande povertà metteva necessariamente in discussione il funzionamento e l’autenticità della nostra democrazia. Di conseguenza, il Consiglio Economico e Sociale invitava ad approfondire il problema per migliorare le garanzie in questo campo. Oggi ci rendiamo conto di quanto questo invito può disturbare certi modi di intendere e di difendere i diritti dell’uomo finora acquisiti.

Forse in Francia, come in tutta la Comunità Europea, avevamo dei motivi per non essere insoddisfatti dei nostri adempimenti concernenti la Dichiarazione universale del 1948. Soprattutto sul piano delle libertà e dei diritti politici, pensavamo di avere al nostro attivo dei successi che sfidavano ogni critica. Ed ecco che dal profondo delle nostre stesse società democratiche sorgevano improvvisamente questi interrogativi: a chi spetta il riconoscimento di queste libertà? perché non a tutti? Come spiegare la situazione di esclusione dai diritti dei più poveri? Se questi restavano esclusi avevamo veramente superato il limite tra una società di privilegi e una società dei Diritti dell’Uomo? Di fatto, il Consiglio Economico e Sociale affermava, prove alla mano, che fra di noi esistevano sempre dei poveri, e dimostrava anche che i più poveri tra i nostri concittadini, per il tipo di vita che era loro imposto, erano testimoni di tutte le violazioni che commettevamo nei confronti delle nostre stesse convinzioni, dei nostri ideali e delle nostre dichiarazioni di principi.

Constatazione sconcertante che solleva un’altra questione: avevamo avuto ragione di stabilire una certa gerarchia tra i diritti che erano tutti dichiarati inalienabili? Era giustificato distinguere, come primari, le libertà civili e i diritti politici, quasi fossero più nobili degli altri, più facili da attuare dei diritti economici, sociali e culturali, in quanto basterebbe che lo Stato si astenga perché ogni cittadino possa beneficiarne? Era stato saggio creare in tal modo una frattura nell’ambito dell’insieme dei diritti che dinanzi all’Assemblea Generale dell’O.N.U. i nostri governanti avevano dichiarato indivisibili e interdipendenti?

Di fronte a questi interrogativi, sconcertanti per molti tra i più sinceri militanti, non potevamo attenderci dei rapidi cambiamenti. Come modificare il corso della storia, che ha visto dei paesi scontrarsi nella Commissione dei Diritti dell’Uomo sulla priorità d’accordare, per gli uni ai diritti civili e politici, per gli altri a quelli economici, sociali e culturali? Nel quadro di questa istituzione, come anche negli organismi nazionali ed europei, è difficile ottenere un consenso per affrontare seriamente il tema "grandi povertà e indivisibilità dei Diritti dell’Uomo". Certo, il convegno dei difensori dei Diritti dell’Uomo del 17 ottobre 1987, tenutosi a Parigi sulla "Piazza dei Diritti dell’Uomo e delle libertà", ha proclamato con il voto di quasi centomila uomini e donne, poveri e ricchi venuti da tutte le parti del mondo, che la miseria è una violazione dei Diritti dell’Uomo. Quel giorno una cinquantina di organizzazioni non governative, molto diverse tra loro, si sono riunite intorno ai più poveri. Per questi ultimi il 17 ottobre è ormai una data che dà un reale significato alle loro sofferenze e alla loro lotta. E’ stato un passo in avanti, forse una nuova partenza. Ma all’indomani di questo avvenimento tutto resta ancora da fare per consolidare le prese di coscienza e tradurre in atti concreti il patto di alleanza con i disoccupati, gli analfabeti, gl’indigeni, i senzatetto.

La lentezza nel progresso, che appare comunque inevitabile, non è forse in primo luogo dovuta alla nostra inesperienza di ciò che è la vita delle popolazioni ridotte dalla miseria ad uno stato di dipendenza, senza possibilità d’appello, dalla buona volontà altrui? Avendo la nostra società nel suo complesso perduto il contatto con quel mondo, forse non sappiamo più cosa significhi mancare di ogni mezzo concreto per poter prendere la parola, affermare la propria esistenza, far valere la condizione di uomini e difendere la propria causa.

Ma se per tanto tempo abbiamo potuto ignorare l’esperienza e il pensiero di una parte dell’umanità e addirittura dei nostri concittadini totalmente privi di tutto, si può ancora dire che ci poniamo seriamente il problema dei diritti dell’uomo? il problema di stabilire in nome di quale concezione quest’ultimo ha dei diritti assoluti? in nome di che cosa questi diritti possono essergli sottratti? Coloro che non possono far valere nulla oltre la semplice qualità di esseri umani, privi di qualsiasi mezzo da poter offrire come contropartita apprezzabile per i diritti loro accordati, non pongono forse in primo luogo questo interrogativo, prima di ogni nostra dichiarazione o patto? Perché si dichiara che gli uomini nascono liberi ed eguali dato che i diritti riconosciuti a questo titolo sono sistematicamente negati ad alcuni? Dobbiamo forse pensare che esistano dei sottouomini, degli esseri umani nati o progressivamente ridotti ad essere meno uguali, meno liberi, meno uomini degli altri? In conclusione l’umanità produrrebbe degli scarti, l’abbiamo sentito affermare in non pochi paesi.

Durante l’Anno internazionale dell’Infanzia abbiamo posto un interrogativo analogo a proposito dei diritti del bambino. Era necessario riaffermare che i bambini sono titolari di diritti inalienabili. Ma ancora più necessario era ricordarne i motivi, domandarci se abbiamo un’ idea chiara e completa del bambino che intendiamo difendere? Lo conosciamo, lo rispettiamo per quello che è, per quello che rappresenta per l’umanità, oggi e domani? La realtà vissuta dai bambini del Quarto Mondo ci obbliga a porci questi interrogativi, visto che il nostro atteggiamento e i nostri comportamenti sembrano talvolta mostrare che per noi, al limite, questi bambini non dovrebbero neppure venire al mondo.

"Se si guarda il modo con cui sono trattati i nostri bambini c’è da chiedersi come sono considerati; come noi, in quanto genitori, siamo considerati come soggetti di diritti?". Questo è stato più tardi l’interrogativo che ci hanno rivolto le famiglie del Quarto Mondo al Colloquio "Il diritto delle famiglie di vivere nella dignità", organizzato nel 1984 presso il Consiglio d’Europa. In conclusione, questa domanda sulla nostra concezione dell’essere umano è la prima che ci hanno rivolto le popolazioni che sono sprofondate nella miseria. Quindi, attraverso la loro esperienza di vita, come si è visto nei capitoli precedenti, esse ci interrogano sulle concezioni dell’uomo che ci permettono d’ignorare l’indivisibilità dei loro diritti fondamentali e, d’altra parte come abbiamo visto, ci dimostrano l’interdipendenza di questi diritti. Tuttavia il loro smarrimento non deriva dal meccanismo di questa interdipendenza che le relega in una esistenza tutta intessuta di privazioni insopportabili. La loro sofferenza, come abbiamo detto, deriva piuttosto dall’indifferenza del mondo che le circonda, che si preoccupa molto poco di sapere e di capire, mentre si tratta del destino di esseri umani in carne ed ossa, quali esse sono: "Non siamo forse anche noi degli uomini"?

Domanda sconvolgente questa per chi vuole capirla, in quanto dettata da una concezione dell’uomo che i più poveri rifiutano di abbandonare. Se soltanto li ascoltassimo, ci ricorderebbero quello che noi stessi sembriamo aver dimenticato: ogni essere umano è un uomo "Zo Kwe zo", come dicono i nostri amici africani e di conseguenza i Diritti dell’Uomo vanno difesi, non già in nome di qualsiasi idea del diritto, ma in nome dell’uomo.

Abbiamo visto come, contro ogni evidenza, nelle zone di grande povertà non cessa di risorgere il rifiuto di non essere trattati pienamente come uomini. "Non è normale"...quante volte abbiamo sentito queste parole ritornare come un perpetuo lamento. "Padre, è normale che mi venga rifiutato un alloggio?"... "Padre, è vero che non so leggere, ma è forse normale che nella scuola non si voglia ascoltare il mio parere su i miei figli?"..."Padre, è normale che mi abbiano messo all’orfanotrofio perché la nostra capanna al "bidonville" è bruciata e mia madre è sul marciapiede?"...Segue poi, troppo spesso, la terribile affermazione: "Non siamo mica dei cani...".

Non è forse l’aver dimenticato che ogni essere umano è un uomo che ci ha condotto a lasciare una parte dell’umanità senza i mezzi necessari per manifestare la propria dignità, la propria capacità di pensare, la propria utilità? E’ comunque in questi termini che in quanto sacerdote della mia Chiesa devo porre la domanda a me stesso e anche alla Chiesa. Il mio dovere non è anzitutto di sapere se il mondo tiene fede alle proprie dichiarazioni sui diritti dell’uomo, ma contribuire a fare in modo che le nostre dichiarazioni e le loro applicazioni corrispondano allo sguardo di Dio sugli uomini. Devo domandarmi se per me l’uomo, reso irriconoscibile dalla miseria, resta pur sempre un uomo completo, intatto, figlio di Dio per nascita. Devo verificare se il modo in cui cerco di far valere i diritti dei più poveri nella mia vita, nel mio sacerdozio, nella mia Chiesa e fra tutti gli uomini, contribuisce ad ampliare le loro libertà; quella di pensare, di credere, di agire per se stessi, ma anche per il bene di tutti. Dalla mia vita, dalla mia azione, dalla mia parola, ricevono la conferma che sono liberi e capaci di assumere l’impegno di agenti privilegiati della giustizia di Dio, e di quella degli uomini?

Il cristiano non può concepire l’uomo altrimenti che libero e ogni essere umano come unico e indispensabile al disegno comune. Per il cristiano, l’uomo senza diritti in quanto privo di mezzi per mostrarsi uguale agli altri, non deve esistere. Dovere del cristiano e della Chiesa non è in primo luogo quello di difendere i diritti dell’uomo e meno che mai difenderli in nome del diritto. Dobbiamo difendere l’uomo restituendogli il diritto di uomo, a lui cui è stata negata la qualità umana.

Il Vangelo ci dice che Dio ha il diritto di sapere che tutti i suoi figli sono amati dai loro fratelli. L’interrogativo essenziale è questo: chi devo amare più di ogni altro? A chi devo offrire per primo questo amore che lo ristabilirà nella sua uguaglianza di figlio di Dio? Secondo il Vangelo è chiaro, sono quest’uomo, questa donna, questo bambino, questa famiglia che, essendo in totale miseria, non hanno la nostra istruzione, né la cultura, né, di conseguenza, la nostra maniera di adorare Dio. E’ di questi che dobbiamo fare degli altri noi stessi. E’ in loro che i diritti di Dio sono violati, dato che non li riconosciamo come fratelli. Mi permetterò di aggiungere che tutte le dichiarazioni sui diritti dell’uomo fatte nel corso della storia moderna mi sembrano delle interpretazioni di ciò che Gesù Cristo ha vissuto e continua a vivere pienamente. Il Vangelo ci insegna, forse meglio di molti trattati e dichiarazioni, l’indivisibilità dei diritti in nome di quella indivisibilità dell’umanità stessa che in certe epoche chiamiamo fratellanza.

Mi chiedo se il riconoscere in ogni uomo un fratello, se la difesa dell’uomo in quanto uomo, la restituzione dei Diritti dell’Uomo ai più poveri per il solo fatto che sono uomini, non siano un impegno capace di unificare tutte le Chiese, tutte le religioni, tutti gli uomini di buona volontà. Non è questa una responsabilità che incombe ad ogni uomo per il solo fatto di essere uomo, cosi, come a tale titolo, gli spettano dei diritti? Chi non aderisce all’esortazione: "non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi"? La fratellanza non è ciò che tutti ricercano e di cui tutti hanno ugualmente bisogno?

Tutti gli uomini di buona volontà sono richiamati all’ordine dal loro Dio, dalle loro convinzioni e credenze quando altri cadono in miseria. Chi può accettare che un padre di famiglia sia incapace di leggere e scrivere? Che un povero, soprattutto se giovane, sia condannato alla disoccupazione per mancanza d’istruzione? Nessuno può ammettere che una madre di famiglia numerosa non abbia i mezzi per curarsi seriamente, non abbia il denaro necessario per nutrirsi e nutrire i suoi figli. Nessun uomo di cuore può ammettere che dei bambini siano umiliati a scuola per la miseria della loro famiglia, che delle famiglie intere siano costrette a vivere come se la felicità fosse loro per sempre negata.

Tocchiamo cosi un altro aspetto delle nostre concezioni sull’uomo: quello di essere soggetto di responsabilità alle quali egli stesso aspira e che onorano la sua condizione umana. Non è forse per poterle assumere in piena dignità che egli rivendica i suoi diritti? E’ l’indivisibilità dei diritti e delle responsabilità che i più poveri del mondo ci ricordano in modo concreto e irrefutabile. Non è forse prendendoli come compartecipi che avremo le migliori possibilità di avanzare nella comprensione dell’indivisibilità dei diritti e delle responsabilità non di ciascun uomo, ma di tutta l’umanità nel suo insieme? Perché essi ci mostrano in modo evidente che non solo l’uomo ma la stessa umanità è indivisibile, legata ad uno stesso destino.

Prendere i più poveri come compartecipi significa di per sé una applicazione inedita e innovatrice dei Diritti dell’Uomo. Inoltre, non sarebbe questo un modo di ritornare alle fonti primarie di tutte le nostre deliberazioni, che non sono altro che l’espressione provvisoria di un pensiero destinato ad avanzare? Nessun popolo può essere escluso da questo progresso, quale che sia la sua cultura e la sua storia.

4. RESTITUIRE I DIRITTI DELL’UOMO AI PIU’ POVERI, MISSIONE DI TUTTI.

L’esperienza diretta in tutti i continenti ci insegna che questo ritorno alle fonti della dignità dell’uomo è un atto naturale per gli uomini e le donne di tutte le culture e fedi. Là dove gli uomini sono disarmati di fronte alle sofferenze e alla angoscia della miseria, là dove gli uomini sono chiusi nella loro disperazione e nell’impossibilità di farsi ascoltare, altri uomini e donne si rendono volontariamente liberi e disponibili, pronti ad ascoltare il grido che si leva verso di loro, pronti a rispondervi, a trasmetterlo. Là dove interi popoli sono nella morsa della fame, vergognandosi della loro ignoranza, umiliati dalla disoccupazione, minati dalla malattia, esauriti nel corpo e nello spirito dalla miseria, ho sempre visto uomini e donne unirsi a loro per lottare insieme e chiedere riparazione.

Non mi riferisco qui ai sussidi pubblici. E’ appunto là dove questi mancano, dove tutti i contatti ufficiali sono interrotti e una popolazione non conta più nulla per la comunità nazionale e internazionale, che vediamo intervenire dei concittadini e manifestarsi delle solidarietà locali. Quando una popolazione non figura più se non in apparenza nelle nostre politiche e nei nostri bilanci, quando non può più contare su se stessa, vediamo manifestarsi questi segni. Negare in tal modo l’esistenza di esseri umani, di famiglie, di un intero quartiere o di un villaggio, non è tollerabile; di conseguenza, quando i servizi pubblici hanno rinunciato ad agire, subentrano dei semplici cittadini. E’ questa una realtà storica di cui sono testimone fin dall’infanzia e che ho ritrovato in tutti i paesi, ricchi e poveri, di tutte le culture. Quando domando a questi uomini, siano cristiani, mussulmani, ebrei, animisti, indù, buddisti, cosa li spinga a opporsi cosi alla miseria, le risposte che ricevo non sono necessariamente dettate dalla loro religione, né dai principi inculcati dalla tradizione. Tradizione che dappertutto nel mondo impone di offrire aiuto economico e assistenza a coloro che la miseria ha reso irriconoscibili.

Le risposte che ricevo sono di altra natura: "Gli uomini non sono fatti per vivere in una tale abiezione"... "Dio non ha voluto ciò"... "Non posso accettare che vivano nell’abiezione"... "Sono una donna, non posso lasciare delle donne in una tale miseria"... Un’ africana, madre di famiglia, mi diceva: "Non temete, dappertutto dove gli uomini sembrano abbandonati troverete qualcuno che va ad assisterli". E aggiungeva: "quando non ci sarà più nessun altro troverete almeno una suora".

In nome di che cosa questa tenacia individuale, quando ormai la comunità ha abbandonato una popolazione che non sembra più avere un volto umano? "Perché sono uomini"... E’ questo il senso di quanto mi dicevano i servizi sociali dello Stato in Polonia: "Non lavorano, educano male i figli, cadono nell’alcolismo; tuttavia ogni uomo è ricuperabile". Certo, era discutibile la severità delle misure prese da questi servizi per "ricuperare" delle famiglie alloggiate in un quartiere fatiscente di Varsavia, oltre il fiume. Ma almeno non abbiamo sentito la parola "irrecuperabile" troppo spesso usata sotto altri cieli. L’idea che degli uomini possano essere "irrecuperabili" è stata espressa per esempio nei paesi ricchi. Forse per disperazione, perché proprio in quei paesi si è tentata l’assistenza in tutte le forme più costruttive sia pubbliche che private, senza mai riuscire a riassorbire la grande povertà. Tuttavia, anche lì, dopo l’interruzione degli interventi, abbiamo trovato dei concittadini, talvolta famiglie meno povere, che non accettavano che altre famiglie fossero abbandonate a un destino di sopravvivenza indegno dell’uomo.

Infatti, secondo la nostra esperienza, sono in primo luogo i più poveri a formare gli uni per gli altri un ultimo baluardo, rifiutando di vedere l’altro sprofondare nella disperazione. E c’è sempre nelle vicinanze qualcuno che si associa a questo rifiuto; spesso, è vero, senza successo, perché come si potrebbe vivere la grande povertà con la sola buona volontà personale? Ciò che conta, tuttavia, è questa idea della "non normalità dell’emarginazione", l’uomo non essendo fatto per essere cosi disumanizzato. Dappertutto è un aspetto caratteristico della miseria che l’uomo si veda confiscare le responsabilità e diritti essenziali, qualunque essi siano a seconda delle culture. E in tutte le culture, sotto tutti i cieli, vediamo uomini e donne che trovano anormale, perché inumano, che delle popolazioni restino indifese di fronte a una cosi grande povertà o, peggio ancora, che rimangano escluse in quanto spogliate di tutto. Dappertutto intervengono dei concittadini che fanno eco di quanto i più poveri sentono in profondità: "non è normale perché anche io sono uomo".

Ciò spiega la creazione, a partire dagli anni ’60, di quello che è diventato il "Forum permanente sulla grande povertà", fondato da A.T.D. Quarto Mondo. Riunendo aderenti di tutti i paesi del mondo, tale Forum permette di apprendere dall’esperienza degli altri. Nessuno ha lezioni da dare, né teorie da sostenere. Ciascuno cerca, partendo dalla propria cultura, dalla propria situazione particolare, dalle proprie certezze spirituali, di aiutare bambini, giovani, famiglie in estrema povertà nel proprio paese. Spesso non si tratta nemmeno di persone che agiscono a titolo individuale, perché nel Forum si scopre la possibilità di creare piccole O.N.G. insieme alla popolazione cui è destinato l’aiuto. Anche in questo si scorge un segno: non si tratta di persone eccezionali, ma di semplici cittadini, capaci di riunire altri che condividano una stessa convinzione su ciò che è l’uomo.

Certo, ci si può chiedere quale è il rapporto tra tutto ciò e i Diritti dell’Uomo come sono intesi nelle nostre democrazie. Si tratta infatti di un fenomeno che avanza, con discrezione e senza ancora produrre dei cambiamenti spettacolari, nelle comunità nazionali e internazionali. Ma l’UNESCO, l’UNICEF, la BANCA MONDIALE, la COMMISSIONE dell’UNIONE EUROPEA, partecipano a tutti gl’incontri dove questi difensori dei diritti dell’uomo hanno veramente la parola. Ciò non vuol dire che queste grandi istituzioni trovino immediatamente il modo per raggiungere i più poveri e risanare la loro situazione. Tuttavia esse partecipano a questa evoluzione che mi sembra essenziale per il progresso dei Diritti dell’Uomo, in quanto significa un ritorno alla fonte di ogni diritto, un ritorno all’uomo e, in particolare, all’uomo privato dei mezzi necessari per provare che è un uomo simile agli altri, in grado di assumere la cultura del suo popolo, del suo tempo.

E’ vero che nei paesi occidentali dobbiamo deplorare lo scarso valore talora attribuito in altre parti del mondo ai nostri proclami ed accordi. Ma non è forse prematuro pretendere che vi aderiscano tutti i popoli, indipendentemente dalla loro storia e la loro cultura? Abbiamo forse dimenticato il tempo e l’esperienza che sono stati necessari nei nostri paesi per costruire delle nazioni sufficientemente unite da permettere di creare delle democrazie e tentare l’avventura dell’uguaglianza e della libertà degli uomini? Non sbagliavamo forse pensando che soltanto ragioni economiche potevano legittimare altrove certe privazioni di diritti, cosi come pensiamo che ragioni economiche possano giustificare da noi dei regressi evidenti riguardo a tali diritti? Aver capito che la grande povertà nega tutti i diritti in quanto nega l’uomo stesso non fornisce forse l’occasione per riprendere alla fonte, tutti insieme, nazioni povere e ricche, di ogni cultura, l’idea dei diritti inalienabili?

Non è forse questa l’occasione offerta dai più poveri per aiutarci a riorientare le nostre lotte e a riproporci i veri interrogativi? Essi ci fanno capire che non si tratta di conoscere le risorse economiche disponibili per l’attuazione dei nostri progetti. Quel che ci domandano è se crediamo che ogni essere umano sia un uomo degno di assumere delle responsabilità per il bene degli altri. L’esperienza dimostra che è su tale base che può essere affrontata la questione del diritto dell’uomo di condividere le responsabilità e diritti che la cultura del suo ambiente accorda alla maggioranza dei cittadini. E’ qui che sorge la questione dei diritti inalienabili di tutti gli uomini. E’ solo a conclusione di una serie di interrogativi sulla vita dei più poveri che i Diritti dell’Uomo possono essere riconosciuti senza riserve; questa esperienza infatti merita attenzione, la storia ha dimostrato che imporli come un "a priori" solleva tanti problemi in tante culture del mondo.

Questa è stata la linea di condotta seguita dal Seminario del Forum tenuto all’UNESCO nel 1987. I partecipanti affermarono in primo luogo il diritto di ogni uomo e in particolare dei più poveri di sentirsi dire e dimostrare che sono riconosciuti come esseri umani; il diritto di veder unirsi a loro altri uomini che in spirito di fraternità condividano la loro vita e la loro lotta. E’ ciò che abbiamo chiamato l’investimento nell’uomo da parte dell’uomo: "Se tu hai perduto la fiducia perché hai conosciuto troppi abbandoni, vengo al tuo fianco per provarti che sei un fratello, meritevole di fiducia e di responsabilità".

Sembra che nessuna cultura possa veramente negare questo investimento, da parte di uomini e di donne impegnati nei confronti di altri uomini ai quali la miseria ha spezzato la fiducia nelle proprie capacità, nella loro identità, come nella solidarietà dell’umanità che li circonda. La miseria di cui sono stato testimone durante tutta la vita è un ciclo lento e penoso in cui la fiducia in se stessi, nei propri congiunti e negli uomini in genere è corrosa giorno per giorno. I più poveri, sia al Nord che al Sud, sono popolazioni che hanno dietro di sé una lunga storia di logoramento della fiducia in se stessi e delle aspettative riposte negli altri; una storia in cui la speranza è stata colpita, soffocata, ogni anno di più. Nel corso degli anni ho potuto constatare che questa esperienza poteva essere condivisa sotto tutti gli orizzonti e che tutti gli uomini si rendono conto che l’uomo è il prezzo da pagare in ultima istanza per l’uomo stesso. Per chi crede nell’uomo, il più povero degli uomini ha un diritto assoluto a che gli altri si impegnino al suo servizio. "La salvezza dell’uomo è l’uomo stesso", affermano i nostri amici africani. In questa prospettiva, tutti gli uomini, di qualsiasi filosofia e di qualsiasi credo, hanno come vocazione e come missione quella di rendere giustizia ai più poveri. Sulla base di una tale presa di coscienza vien fatto di chiedersi se la riflessione e la sperimentazione in materia di Diritti dell’Uomo non potrebbero ripartire da nuove basi. Ricchi e poveri di uno stesso paese, popolazioni ricche e povere di diversi paesi, avrebbero l’occasione, su queste basi, d’incontrarsi su un piede di maggiore parità, di meglio scoprire l’eredità comune che è fondamento delle grandi deliberazioni e convenzioni internazionali e che sola può garantire una applicazione comune leale. Il mondo ha bisogno più che di programmi d’insegnamento sui Diritti dell’Uomo, di una ricerca comune su ciò che rende ogni uomo in sé, ma anche tutti gli uomini, fra loro indivisibili, necessariamente uniti e corresponsabili dei diritti da accordarsi reciprocamente.

Per quanto mi riguarda posso affermare , in conclusione, che i più poveri mi hanno dato un insegnamento essenziale in merito a questa indivisibilità totale. In primo luogo mi hanno insegnato che non avanzeremo nella comprensione della grande povertà frammentandola secondo le frontiere geografiche. Sono loro stessi che ci dicono ciò che li unisce: l’impossibilità di essere fieri della loro identità, della loro storia, l’impossibilità di appartenere a qualche cosa che non sia negativa o addirittura disonorante. In tutti i continenti ci dicono che è impossibile vivere la fraternità con altri uomini se ignorano chi sono. La inesorabile concatenazione delle privazioni, che rendono impossibile l’esistenza, come uomini e in famiglia, mi ha fatto toccare con mano l’indivisibilità dei diritti fondamentali da accordare loro se vogliamo che acquistino la libertà.

Più importante ancora è forse il fatto che le popolazioni in grande povertà in tutti i paesi esprimono la convinzione che vivere come uomo, come fratello, come cittadino, significa poter assumere delle responsabilità. A loro giudizio, i diritti fondamentali assumono il loro vero significato e trovano piena attuazione solo se permettono di essere responsabili, in quanto lavoratori ufficialmente riconosciuti, genitori in grado di allevare i figli, membri attivi di una comunità, uomini e donne partecipi del divenire del loro paese. In tal modo c’insegnano non solo l’indivisibilità dei diritti e delle responsabilità, ma anche la corresponsabilità, che significa l’indivisibilità tra gli uomini e i popoli. Per i più poveri di tutti i paesi, tutti gli uomini devono partecipare alla stessa missione per contribuire a realizzare una comunità nazionale e internazionale "dove i nostri figli possano vivere", "dove tutti gli uomini si tendano la mano..." Missione che s’inquadra perfettamente in tutte le fedi e credenze esistenti nell’ambito delle Nazioni Unite.

In conclusione ci si può chiedere se non sia attorno ai più poveri e alla missione che questi vorrebbero assumere con noi che si deciderà l’avvenire dei Diritti dell’Uomo. Per realizzarli ci si propone una nuova alleanza, dei nuovi "partner"; sarà una grande fortuna per l’avvenire del mondo se avremo la volontà di accettarli!!

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