Joseph Wresinski (1917-1988)

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La violenza fatta ai poveri

Testo del Padre Joseph Wresinski estratto dalla rivista Igloos, n° 39-40, Editions Quart Monde, Paris, 1968

E’ solo l’uomo miserabile che si trova schiacciato sotto il peso della violenza dei suoi simili. Su di lui si accanisce il disprezzo o l’indifferenza da cui non può difendersi. Egli non può che allontanarsi lasciando percorsi conosciuti. Deve allora annullarsi e diventare il dimenticato delle cités d’urgenza, delle zone nere e delle bidonvilles. E’l’escluso. La violenza del disprezzo e dell’indifferenza crea la miseria che conduce inesorabilmente all’esclusione e al rifiuto di un uomo da parte di altri uomini. Essa imprigiona il povero in un ingranaggio che lo stritola e lo distrugge. Fa di lui un sottoproletario. La privazione costante di comunione con gli altri, che illumina e rassicura ogni vita, condanna la sua intelligenza all’oscurità, stringe il suo cuore nell’inquietudine, l’angoscia e la diffidenza , ne distrugge l’anima.

La violenza in nome dell’ordine, della ragione, della giustizia

Né i sottoproletari, né i ricchi hanno necessariamente coscienza della violenza che pesa sull’universo della miseria. Essa è spesso dissimulata sotto il volto dell’ordine, della ragione, della stessa giustizia. Non è forse in nome dell’ordine morale che noi ci introduciamo nei loro poveri amori, strattonandoli talvolta denigrandoli, sempre giudicandoli, in luogo di farne il trampolino della loro promozione familiare? Eppure, anche se non sono conformi alla nostra morale né ai nostri codici essi sono senza dubbio la sola possibilità che loro resta di una fiducia e di una partenza verso una vita più piena. La bidonville avrebbe potuto essere il luogo di passaggio di un popolo di sfortunati verso una situazione più giusta. In nome di un ordine sociale, ne abbiamo fatto un inferno, rendendo insopportabile la loro vita con il pretesto di impedire alle famiglie di riunirvisi e di risiedervi. La nostra fretta di imporre un ordine ci ha fatto dimenticare l’uomo. Più la sua vita è precaria e meno beni possiede, più egli vi si aggrapperà per la paura di perderli. Non li cambierà volentieri per ciò che non conosce e non capisce.

Ma non è anche la nostra “ragione” che ci detta di togliere al sottoproletario la sua autonomia? Non sappiamo meglio di lui ciò che gli conviene? Perché metterlo davanti a scelte che lui non saprebbe prendere? Così, noi arriviamo persino a stabilire il luogo dove andrà ad abitare. Poi lo accuseremo di non avere spirito di iniziativa, ambizione e diremo “non vuole uscirne”. Come ne uscirà non avendo mai potuto esercitare la propria testa?

In nome di una certa giustizia noi gli usurpiamo anche il ruolo di padre,ci sostituiamo a lui davanti ai suoi figli; pretendiamo che assuma le sue responsabilità, lo condanniamo. Così, egli non diventerà mai un vero padre, pienamente responsabile dei suoi difendendone i loro diritti. Avendo respinto tutto ciò che fa, denigrato ciò che ha intrapreso, avendolo privato della maggior parte dei suoi beni, noi ne abbiamo fatto un assediato. La sua reazione non sarà conforme alle nostre leggi: ruberà, farà a pugni, ferirà. Allora, in nome della giustizia, lo metteremo in prigione. Quando uscirà sarà ancora capace di rispettare la nostra giustizia?

Il nostro ordine, la nostra ragione, la nostra giustizia si rivoltano contro di lui. Gli creano un singolare ordine che lo porta verso il disordine, la sregolatezza, l’ingiustizia.

L’ordine violento genera l’ordine del disordine e della violenza

In questo ordine che per noi è ragionevole e giusto il povero si comporta come se fosse uno stato normale, ne rispetta le leggi e gli obblighi. L’uomo schiacciato, si comporta come tale, ma la violenza di questo ordine entra dentro di lui. La legge che subisce diventa quella che farà subire, gli obblighi che gli sono imposti, li imporrà ai suoi nel suo ambiente.

Tuttavia, questo violento non lo è secondo l’ordine che gli è imposto. Egli non è né coerente né logico. Sarà guidato da un riflesso cieco, goffo, rumoroso e la sua violenza, sembrerà senza senso. Picchia la moglie, insulta i padroni, minaccia l’incaricato alla disoccupazione, caccia i suoi amici…Non è un violento, è furioso. Viene alle mani con i vicini, lancia invettive contro le signore caritatevoli che infastidiscono la sua vita e gli appaiono, con le loro dolci maniere, i canali della violenza tagliente e implacabile che subisce.

Allora i non poveri fuggono da questo furioso e, sollevati, pensano di uscirne a buon prezzo. Fuggono da questo eccitato pericoloso che ha meritato la sua sorte. Non c’è niente da fare, non ci sarà mai niente da fare con lui.

La società, che si ritiene fondata sulla ragione e sul rispetto dell’ordine, non può concepire un tale modo di dialogare. Le Chiese riterranno di dare prova di saggezza presentandogli i propri progetti con prudenza o condiscendenza.

E’ così che la situazione del miserabile del nostro “mondo dell’opulenza” è diventata la più tragica di quelle conosciute dall’uomo nel corso dei secoli. Mai come oggi il miserabile è stato l’uomo spezzato, privato della sua libertà dei suoi diritti, dei suoi poteri, del suo onore e del suo amore; l’uomo al quale è fatta una violenza totale in nome della ragione, della giustizia, dell’ordine stabilito.

Il sottoproletariato non è un popolo astioso

Quale sorta d’uomo è dunque chi è trattato così, chi è conosciuto solo attraverso il vizio o il peccato o ancora la follia? Chi è quest’uomo i cui tratti del volto sono quelli del rifiuto, che lo si riconosce del resto così: ”Ogni società non ha forse il suo rifiuto? D’altronde c’è bisogno di un rifiuto”. Ridotto al silenzio perché considerato di essere la vergogna della comunità, privato dei mezzi primari dell’espressione che sono la parola, l’intelligenza egli grida verso di noi con la sua sporcizia, con l’odore della miseria, con il suo modo di vita caotico e violento. Grida vendetta, furto, stupro, prostituzione? Le sue intenzioni sono realmente opposte alle nostre?

Questo uomo non è un rifiuto, né pericoloso e nemmeno animato di odio verso coloro che lo opprimono. Dietro i vetri rotti del suo alloggio, le tavole sconnesse della sua baracca, nel buco del suo igloo, nella ricerca quotidiana per trovare un lavoro, un amico, una mano tesa, un Dio al quale credere, egli soffre la violenza senza tregua di una attesa senza speranza. E se, a volte, i suoi pugni si chiudono non è perché li stringe l’odio è che nella miseria non c’è nessuno da aspettare, non c’è da stringere con forza, cordialmente la mano di un Gesù Cristo. La sua violenza è costruita dalla disperazione dell’indegnità non dalla convinzione dei suoi diritti e della volontà di rivendicarli attaccandoci.

Noi chiudiamo sempre più le porte delle nostre Chiese

Ma la violenza chiama eternamente la violenza e la nostra risposta alla violenza incosciente e cieca del miserabile è quella del disgusto, del disprezzo, del rifiuto sempre più intenso; è l’esclusione dal patrimonio comune e l’isolamento nelle cités-mondezzaio. La nostra risposta è il gendarme, la polizia, il bulldozer che rasando la bidonville, distrugge questa caricatura della proprietà privata che è quella degli esclusi: un po’ di legna, un pezzo di lamiera ondulata o di carta catramata, qualche vecchia cassa trovata tra i resti di un mercato…

La nostra reazione è di alzare un po’ di più le Bastiglie dei nostri interessi, dei nostri privilegi, delle nostre istituzioni e di ridurre un po’ di più lo spiraglio delle porte delle nostre chiese, dei nostri templi. Noi, i sicurizzati, ci addormentiamo allora nella pace, nella quiete sempre ignorando chi ci era vicino e che era nostro fratello.

Non un rifiuto, ma una vittima, egli resterà trascurato nelle cités nere, nelle bidonvilles. La sua situazione non vogliamo conoscerla e sempre più ci chiuderemo nelle nostre fortezze e così saremo ancor meno capaci di sapere chi egli sia realmente. Egli è divenuto per noi uno straniero tanto da considerare la sua sofferenza come giustificata. Accettare di ascoltarlo si correrebbe il rischio di perdere tutto, infatti egli non saprebbe accontentarsi di poco, vorrà prendere tutto, accaparrarsi di tutto, distruggere tutto. La portata del danno che ci farebbe correre noi la conosciamo bene, dobbiamo sfuggirgli ad ogni prezzo. Anche al prezzo dell’inumanità.

Di queste brutali reazioni, siamo tutti responsabili, anche chi, tra noi, si impegna nelle azioni di lotta contro la povertà. Esse sono causate dai nostri stessi errori perché abbiamo troppo la tendenza di presentare la miseria come un piccolo affare, una piccola dimenticanza, un piccolo accidente della storia dell’umanità in marcia. Proponiamo spesso delle risposte incomplete, delle soluzioni zoppicanti. Esse non debbono soprattutto intralciare la creazione di questo nuovo mondo verso il quale andiamo, fatto di nuove Babele, di nuove colonne d’Ercole.

Gli uomini si perdono mentre noi conquisteremo lo spazio

Senza volerlo confessare anche noi pensiamo che ciò che importa non è il rischio di perdere un uomo ma è quello di frenare il progresso degli altri:costruire aerei, creare fabbriche, arrivare sui pianeti, è questa la vera storia della nostra epoca. E noi vogliamo essere parte di questa storia, di questa epoca. Allora, voler eliminare la miseria non è molto serio, è uno sforzo lodevole di alcune buone persone un po’ eccentriche e utopiste. “E’ una vocazione speciale” ci si dice talvolta con indulgenza, “un carisma particolare”. Ma ciò non è essenziale, non vale certamente la pena di compromettersi e di “sprecare” la propria vita. E’ che noi abbiamo compreso male questa violenza sorniona e permanente inflitta ai poveri che fa che degli uomini si perdano mentre noi conquisteremo lo spazio. Noi non abbiamo compreso che la maldestra violenza dei sottoproletari, lungi da essere un accidente della nostra storia, mette in causa l’intera società capace di proseguire una corsa alle stelle, distruggendo gli uomini.

La violenza dell’ amore

Se è vero che la violenza chiama la violenza, c’è forse solo quella dell’esclusione, quella della baionetta puntata contro il ventre del miserabile?

Secondo noi, ce n’è una infinitamente più efficace. Essa ha le sue radici nell’intimo stesso degli uomini, si nutre del nostro cuore, del meglio di noi stesi, dei nostri desideri di gioia, di pace da diffondere, da dare. Si nutre del nostro incontro con il Dio di carità, del nostro ideale di giustizia. Questa violenza è quella che provoca le soluzioni profonde e definitive, le risurrezioni che danno vita, rispetto, onore, gloria e felicità a tutti gli uomini ricchi o poveri. A questa violenza, che è quella dell’amore, siamo votati gli uni agli altri, che lo vogliamo o no, per il fatto che noi siamo veramente degli uomini e abbiamo preso coscienza che nessun altro uomo non può mai essere per noi uno straniero o un nemico. Lo stesso sottoproletario vi è votato. Se lo conoscessimo un po’ di più sapremmo che lui ci domanda soltanto di essere un uomo e desidera solo questo. Ci domanda che tutti gli uomini siano riconosciuti e trattati come tali.

Non chiede altro che questo: che la scuola sia per i suoi bambini il crogiuolo dell’intelligenza, che la Chiesa sia il cammino verso la comunione di tutti gli uomini di fronte al Dio della loro fede, che la società sia giusta e sincera, che la tecnica e l’economia siano al servizio della condivisione dei beni della terra.

Il sottoproletario chiede come noi la creazione di un mondo nuovo. Il significato della sua lotta è anche la trasformazione delle strutture di una società in modo che l’onore, la giustizia, l’amore, la verità ne siano le fondamenta dalle quali ogni uomo, e dunque egli stesso, riceverà il pieno riconoscimento dei suoi diritti: il potere di pensare, di capire, di amare, di agire, di pregare. Se il miserabile ci interroga, se ci pone delle domande e ci obbliga a porcele, non ce lo chiede per rallentare il nostro cammino, ma al contrario ci obbliga ad andare più velocemente e più lontano, di vedere in grande e di essere più ambiziosi di quanto non lo siamo. Ci trascina in una vera vertigine di rimessa in causa generale dell’umanità.

L’ oppresso diventerà un oppressore?

Certo, noi potremmo concepire un’altra rivoluzione, più classica nella storia del mondo, che consisterebbe a organizzare i poveri in modo che essi possano prendere il potere ai ricchi e mettersi al loro posto. Ma allora chi garantisce che il miserabile, domani diventato ricco, sarà migliore del ricco di oggi? Chi ci dice che Lazzaro, seduto al tavolo del ricco, non lo caccerà per escluderlo a sua volta, chi ci assicura che diventato potente non organizzerà la violenza e la distruzione? (…….) Come impedire che la giustizia per tutti, l’onore e la preghiera per tutti non divengano nuovamente l’ingiustizia, la menzogna, l’odio e la guerra del mondo di domani? La situazione attuale degli esclusi, la necessaria trasformazione del mondo in loro favore non devono farci dimenticare questo nuovo rischio: che il sottoproletariato a sua volta cercherà di opprimere e distruggere l’uomo. Questo rischio non nasce forse dal fatto che i poveri vedono i potenti di oggi vivere nell’abbondanza e usare i loro beni per dominare e schiacciare? Se un giorno il miserabile prendesse il loro posto, sarebbe tentato di fare ciò che ha visto fare e di ricreare la società tale e quale egli l’ha conosciuta, fondata sulla violenza?

Eppure se , guardando i ricchi di oggi, egli trovasse tra loro degli uomini veramente uomini, rispettosi di tutti i loro fratelli, generosi nella magnificenza, che lavorassero realmente e concretamente per creare un mondo nuovo fondato sulla giustizia, l’amore, la verità, la pace, se trovasse tra i ricchi di oggi degli uomini assillati della dignità dei loro simili, ci sarebbe la possibilità che egli scegliesse di imitarli di collaborare con loro alla creazione del mondo.

L’ amore genera l’amore

Il mondo di domani è sicuramente nostra opera personale, sia che lo costruiamo con i poveri o che essi prendano il nostro posto per costruirlo senza di noi. Se deve essere un mondo senza oppressione, il mondo di domani esige che noi si viva la realtà della parola del Cristo: “Il regno soffre violenza”. Ma si tratta di una violenza fatta a noi stessi, una violenza che è annullamento del nostro orgoglio, del nostro spirito di dominio; l’abbandono volontario di beni per la realizzazione della fraternità, della verità, della pace.

Se i poveri ci vedessero vivere veramente come poveri, ci guarderebbero e ci prenderebbero come esempio e noi faremmo di questa povertà la verità chiesta e praticata dal Cristo. La povertà accanto al Crocifisso del Golgota è una esperienza di vita, una esigenza e non c’è vero povero che lo sia in altra maniera da quella che Egli ha scelto. Questo è vero per tutti quelli che mettono in causa il mondo dell’opulenza di oggi. Senza accettare di pagare il prezzo che il Cristo stesso ci indica, non c’è mondo futuro più giusto, più vero, più fraterno. Il mondo di domani passa attraverso la nostra disponibilità alla chiamata di amore che sale dalla terra. Passa attraverso il nostro impoverimento . Fondamentale sarà mettere in comune e condividere quello che ci è stato dato affinché tutto serva a tutti, alla loro felicità.

Bisogna anche capire che questa “spogliazione” non sarà accettata e riconosciuta come punto di riferimento se ciò avvenisse senza una rottura, se questo ideale fosse solo quello di avvicinarci al più povero. Essa richiede soprattutto che ci si identifichi a quello che nel povero è verità, amore e giustizia, bisogna essere solidali alla sua causa e amarla a tal punto da farla divenire nostra fino al suo compimento. Allora, il sottoproletario, trovando in noi l’uomo da imitare e non da abbattere, si accanirà con noi a creare un mondo di giustizia, un mondo di verità, un mondo di amore e di pace. E se, su questa terra, ci sarà ancora violenza, sarà la violenza dell’amore condiviso .

Padre Joseph Wresinski

La violenza fatta ai poveri
Rivista Igloos, 1968.

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