Joseph Wresinski (1917-1988)

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Quarto Mondo e non-violenza

Conferenza di padre Joseph Wresinski tenuta il 31 agosto 1984, in occasione della decima sessione Teologia e non violenza, organizzata dalla Comunità dell’Arche di Lanza del Vasto, all’Abbazia di Bonnecombe (Rodez, Francia)

Preambolo

“La storia del Quarto Mondo e la non violenza” questo è il tema che mi avete affidato. Potremmo interpretarlo con la seguente domanda: nella situazione di ingiustizia vissuta dal quarto mondo come una violazione dei diritti dell’uomo e, di conseguenza, come una violenza, l’uomo morso dalla miseria può essere un uomo capace di pace e di fraternità? Vorrei farvi conoscere le risposte che le stesse famiglie del quarto mondo danno a questa domanda.

Credo che, per comprendere bene queste risposte, dovremmo anzitutto ricordare brevemente la violenza secolare inflitta ai più poveri. Dopo un rapido cenno ad alcuni esempi di violenza fatta ai più svantaggiati nel corso dei tempi, tenterò di tratteggiare qualcuna delle reazioni raccolte nei luoghi della miseria dove le équipes ATD Quarto Mondo si sforzano di condividere la vita e le speranze delle famiglie. Dalle reazioni e dalle risposte sul destino subito ne citerò tre. Per le famiglie del quarto mondo un primo atteggiamento, di fronte agli ostacoli che si presentano davanti a loro, sarà quello che chiamerò dello “schivare”. La seconda risposta la chiameremo: il confronto non-violento individuale. La terza sarà la non-violenza cosciente e attiva comune, quella che le famiglie possono pensare ed anche praticare insieme.

Tutto quello che vi dirò, l’ATD Quarto Mondo l’ha appreso dalla sofferenza delle famiglie molto povere della Francia degli anni 1950. Sofferenza di famiglie in carne ed ossa che non potevano più vivere nei tuguri, nelle bidonville, nelle baracche, nella fame, nella sottoccupazione, nella povertà materiale e soprattutto nel disprezzo, nell’umiliazione e nella paura verso l’ambiente circostante. Un ambiente che stava uscendo poco a poco dai tormenti della guerra e si avviava verso la società del benessere.

Non poter sopportare che delle famiglie soffrissero nello stesso tempo di innumerevoli privazioni materiali e di disprezzo, ha condotto prima alcuni di noi poi in numero crescente, a voler vivere e condividere con loro. Non portare loro viveri e vestiario, ma condividere la loro sofferenza, per conoscerla dall’interno e per trasformarla con le famiglie in onore e speranza. Mai noi saremmo diventati, per la forza delle cose, loro amici se non fossimo andati a vivere con loro. E’ aver condiviso la sofferenza del disprezzo, che ci ha fatto scoprire che la storia dei più poveri è una storia di violenza.

Un destino di violenza

Bisogna anzitutto ricordare che le nostre società occidentali contano delle generazioni di molto poveri, succedutesi di padre in figlio, confinate al livello più basso. Esse formano uno strato dell’umanità che si mantiene stabile e rappresenta un ambiente che dura attraverso tutti i cambiamenti e tutte le epoche,e dove si trasmette in modo più o meno confuso e cosciente, una propria memoria collettiva di violenza(…) Sì, una memoria di violenza, ma sotto quali forme essa si manifesta? Mi limiterò ad alcuni flashes, ad alcune immagini generali, semplicemente per metterci al livello dei più poveri del nostro tempo. Essi sono oggi gli eredi di una pesante storia di oppressione e di brutalità, perfettamente coerente con la sua continuità. Infatti ricordiamoci come, in tutte le epoche , la miseria è stata presente in particolare in occidente.

Lo sappiamo innanzi tutto grazie agli uomini che si sono sempre impegnati per lenirla o anche distruggerla. In mancanza di conoscere la storia delle vittime noi conosciamo, in parte, quella dei loro difensori. Così sappiamo che la miseria era a volte errante, sradicata, mentre a volte si stendeva affamata, silenziosa, immobile nelle campagne, infine si concentrava nei quartieri brulicanti, rumorosi e malsani delle città. Riparleremo della cacciata, della dispersione e del raggruppamento delle famiglie più povere, atti sempre arbitrari e imposti con la forza, nel nostro tempo. Il prezzo dell’urbanizzazione è stato pagato però dai più poveri a partire dal Medio Evo. In ogni epoca, il quarto mondo ha comunque pagato il prezzo della penuria e quello dell’abbondanza, il prezzo della modernizzazione che ha portato più benessere agli altri, come il prezzo delle vacche magre per l’insieme del paese. Ha pagato il prezzo del degrado dei quartieri facendosi ricacciare nei tuguri. Ha fatto le spese della crescita della borghesia, dell’espansione delle città, facendosi decisamente cacciare al di fuori delle mura della città entro le quali non si poteva rimanere al calare della notte. Ci sono stati anche i secoli con la chiusura negli asili, negli ospizi, nelle “case di lavoro e di ricovero”, senza dimenticare i quartieri “riservati”, le corti dei miracoli. A queste misure restrittive si aggiunsero le malattie. I più poveri furono anche i più colpiti dalla peste e dalle altre epidemie, dalle febbri infettive perché evidentemente erano i più ammassati e più esposti al contagio. Inoltre vi furono le guerre e le grandi carestie. Infatti i più poveri si trovarono anche negli eserciti, nelle bande, come fanteria, tutti quanti strumenti delle nostre guerre. Lasciarono vedove e orfani nei villaggi, nelle catapecchie dove ritornarono storpiati, incapaci di guadagnare la vita per i loro familiari. Essi furono naturalmente i primi ad essere decimati quando la carestia devastò il paese.

Pensiamo alla guerra dei Cento anni che ha portato allo sbandamento, alla fame, alla distruzione delle assise parrocchiali e comunali. Pensiamo alle guerre napoleoniche, periodo nel quale i più poveri divennero un popolo che rientrava con le stampelle ai focolari domestici, un popolo di vedove senza alcun aiuto, di ragazzi erranti nelle strade e nelle campagne. Un popolo che soffriva di più queste guerre perché aveva perso la famiglia: ultimo luogo, ultimo rifugio contro la miseria. Perdere una certa coesione della vita familiare è grave per ogni uomo. Per i più poveri è la perdita dell’ultima protezione contro la distruzione della dignità della persona.

Sappiamo che i discendenti di queste famiglie di antica miseria, si ritrovano in parte, oggi, nelle cités sottoproletarie, tra i disoccupati di lunga durata. Così continuano attraverso le epoche la mancanza della libera scelta del domicilio, la regolazione della propria vita da parte dei benestanti, la mancanza di protezione contro ogni tipo di catastrofe, la dipendenza totale dagli altri uomini e dalla natura che cancella ogni sforzo di mostrarsi degno e ogni possibilità di difendere i propri familiari. Bisogna ancora aggiungere a tutto ciò l’ignoranza, questo flagello che chiude il circolo vizioso dell’estrema povertà. L’ignoranza, l’assenza di informazioni indispensabili, la privazione di istruzione e di mestieri fanno da sempre dei più poveri degli sfruttati, dei sottoccupati e, alla fine, dei senza lavoro.

Ecco a grandi linee ciò che forma in realtà un destino coerente e continuo. Ecco ciò che oggi forma degli uomini con il loro modo di essere e la loro memoria. Vi ho proposto una rievocazione certamente sommaria, del passato di uno strato della popolazione diventato, per la forza e la violenza della sua storia, un popolo. La mia preoccupazione era quella di mettervi rapidamente in presenza di questo popolo unico che possiede una esperienza unica di quella che può essere, cosciente o incosciente, la violenza degli uomini. Questo popolo ci ripete di epoca in epoca che, fino a quando la miseria resta ai piedi della scala sociale, le nostre società non saranno fondate sulla pace. Le nostre paci resteranno la pace di alcuni, delle paci selettive.

La non-violenza come scappatoia

Siamo dunque al centro di una popolazione violentemente maltrattata, in nome delle nostre politiche di alloggio e di urbanizzazione, in nome di tutte le altre politiche che riguardano la scuola, l’occupazione, le risorse o la salute, ma anche in nome del buon funzionamento delle istituzioni create per applicarle.

Inoltre, dopo la loro creazione, le democrazie occidentali non tengono conto del parere e della voce della popolazione rimasta ai piedi della scala sociale. Non avendo i mezzi per conformarsi alle norme stabilite per gli altri cittadini, il quarto mondo resta allora una vittima senza difesa dell’arbitrio e delle decisione che gli vengono imposte. Tanto più che queste famiglie disturbano, esasperano le istituzioni. In qualche modo le sfidano e le provocano. Come non cadere nell’errore di volerle educare per forza e obbligarle a “filar dritto”?

Ora, l’uomo povero e senza difesa, irreggimentato, inseguito dalle nostre buone e meno buone volontà, che cosa può fare, se non defilarsi? Accade infatti che i più poveri si guardano bene di offrire una qualsiasi aperta resistenza per esempio all’assistente sociale, al prete o al vicinato. Al contrario, essi si sforzano di evitare lo scontro diretto cercando di confondere le carte.

Così, se qualcuno rimprovera i genitori di non mandare a scuola i figli, la madre tenterà di sviare il discorso: ”Guardi , il mio bambino è ben nutrito! E questo non è il caso di tutti i ragazzi della cité”. Schivarsi, evitare la discussione è un modo di cogliere di sorpresa l’interlocutore. E’ parlare di un’altra cosa: “Il mio bambino non ha tutto quello di cui avrebbe bisogno; noi siamo troppo poveri ma lui almeno ha una mamma; così non è stato per me!” Nella vita di ogni giorno noi siamo testimoni dei mille modi di destreggiarsi di fronte a chi si sa che è il più forte. Per esempio, invece di parlare del presente di cui viene rimproverato, un padre di famiglia cerca di sviare la conversazione verso il futuro. “Il computer, dirà, non c’è che quello oggi, è l’avvenire”. Destreggiarsi, patteggiare, sviare la conversazione, i genitori lo fanno anche prendendo il figlio come testimone: “Digli quello che hai mangiato ieri sera!” E’ un modo di servirsi dei figli e di nascondersi dietro di loro.

Ma il figlio intermediario è anche il bambino trattato da adulto. Così Martine di nove anni mandata dall’ufficiale giudiziario a promettere che la famiglia pagherà gli arretrati: è un modo per evitare di qualche giorno o di qualche settimana il pignoramento. I genitori però sentono una grande sofferenza ad essere obbligati a nascondersi dietro i figli per evitare lo scontro e la violenza. Infatti tutte queste fughe e deviazioni, pur servendo per il momento a salvare la famiglia, si pagano con la vergogna. Per esempio si è obbligati ad accettare il degrado dei propri familiari come nel caso di questa donna che, per scusare l’assenza di suo marito, nel timore che possa perdere il posto, tace e sopporta l’umiliazione davanti al padrone che esclama “Tanto meglio ci sarà una giornata in meno da pagare a questo tipo che non sa fare niente!” Altri genitori non reagiranno quando il maestro affermerà che il loro figlio non farà mai nulla di buono e che è solo capace di diventare un delinquente.

Molti adulti del quarto mondo nascondono così il loro rancore dentro se stessi: quando l’assistente sociale da dei consigli, quando l’insegnante fa loro la lezione, quando restano muti davanti al giudice. Hanno paura di dire ciò che pensano. Sanno molto bene che qualsiasi cosa facciano o dicano, avranno sempre torto. Talvolta uno o l’altro dirà in seguito:”Me la sono sbrogliata col giudice, ho risposto “sì” a tutto quello che diceva”…”non sono certo quelle persone che comanderanno in casa mia”. Le donne diranno “Non è l’assistente sociale che mi insegnerà a crescere i figli …proprio a me che ne ho un sacco!” Un padre affermerà “Non è il maestro che mi fa paura!” Così i più poveri esercitano la non-violenza moltiplicando le scappatoie, evitando tutto ciò che potrebbe provocare un confronto e rovinare una situazione che ha una parvenza di pace.

Coloro che non conoscono il mondo della miseria penseranno forse che si tratti di debolezza , di paura. E’ vero che di fronte a coloro che hanno il potere e, soprattutto i mezzi di opprimerli e di escluderli, i più poveri tremano. Essi hanno l’esperienza che non c’è niente da replicare a quelle persone, nulla da guadagnare. Allora la sola scappatoia è di schivarle per poter vivere. Tra di loro, a me, ai volontari confesseranno: “Qualunque cosa io dica avrò sempre torto, allora preferisco tacere. Non mi piace essere insultato, ma voglio tenere con me i miei figli e quindi taccio”

Tutto sommato, le famiglie del quarto mondo sono perfettamente coscienti della loro vulnerabilità. E’ molto facile rimproverare gli umili, prenderli in giro per la loro ignoranza, punirli per la loro insubordinazione. E’ il caso della signora Da Silva, condannata a 17 anni di carcere per aver tentato di suicidarsi con il suo bambino. Lei sapeva che qualsiasi cosa dicesse, il suo gesto disperato non poteva essere compreso. Meglio restare zitta, non protestare, lasciare che la calamità seguisse il suo corso.

Questa parvenza di tranquillità ottenuta grazie al silenzio, all’assenza di proteste, sopportando le umiliazioni, paralizza profondamente i più poveri. E’ una non- violenza che non costruisce nulla né dignità né pace. Non è che un ripiego per coloro che sanno molto bene che in realtà solo il silenzio è loro permesso:”Voi, voi risponderete quando vi porrò una domanda. Sono io che parlo: voi non sapete niente e allora tacete!”

Si capisce questa lamentela che non cessa di venirci rivolta: “Vorrei che ci comprendessero, che ci lasciassero in pace, che ci rispettassero”. Sconvolgente insegnamento che riceviamo dalle famiglie con parole così semplici. Esse non cessano di stabilire un vincolo tra comprensione, rispetto e pace. Non domandano la pace che consisterebbe nell’ignorarle. Esse domandano la pace che sarebbe comprensione e rispetto. La pace che sarebbe fraternità e dignità per i poveri.

La non-violenza, la mansuetudine individuale dei più poveri, il loro modo di provocare la mansuetudine dell’altro.

Non esiste solo la non-violenza come scappatoia che, al limite,distrugge la persona. Un altro sentimento è percepito dalle famiglie che le porta a non rispondere alla violenza con un’altra violenza. E’ il sentimento che esse esprimono quando dicono: “che volete, loro non possono sapere, non hanno mai conosciuto la miseria! Loro hanno lavoro, hanno soldi”.

Questa specie di mansuetudine dei più poveri nei confronti dei benestanti è ben riassunta nelle parole di un bambino: ”Bisognerebbe che i ricchi venissero ad abitare da noi. Noi andremmo da loro; poi renderemmo le loro case e, in questo modo, capirebbero che cosa significhi vivere come noi viviamo…” Non era solo una parola di bambino. Era una parola che veniva dal profondo del pensiero, dell’intuizione dei più poveri. Dei poveri che non hanno partecipato alle lotte operaie, troppo poveri ieri come oggi, per partecipare a quelle lotte, per condividerne la memoria, ma che hanno un’altra fierezza, un’altra memoria.

Da parte loro non c’è debolezza se riprendono contatto con i vicini che hanno denunciato il loro ragazzo alla polizia. Per scusarsi diranno a chi se ne stupisce:”E’ vero i nostri figli sono difficili, talvolta noi stessi ne abbiamo abbastanza”. E il padre o la madre aggiungerà: “Ad ogni modo, si è obbligati a fare la pace se si vuol sopravvivere!”

Spesso i benestanti non comprendono questo modo di rifare subito la pace, questo ritrovarsi dopo una lite, dopo uno scontro al caffè di cui si dice volentieri che sono “dispute di ubriachi”, mentre sono l’espressione di un colmo di esasperazione e di disperazione. I benestanti non comprendono questi uomini che poco prima si sono battuti e che ora si mettono insieme per riparare la bicicletta, la moto, la macchina. No, non capiscono questo uomo in dissidio con il suo vicino e che, malgrado ciò, raccomanda al suo padrone di assumerlo. “Perché, mi dirà, bisognerà pure che mangi con i suoi ragazzi!”

Chi può capire? Tuttavia questo si spiega se noi pensiamo alla sete, al bisogno di pace che vivono nel cuore dei più poveri. Una sete che le famiglie delle “cités” sottoproletarie portano nell’intimo. Ognuna è spinta, in un modo o nell’altro, a fare dei gesti per spegnerla. Ognuna è spinta anche dalla volontà di pace che anima i suoi vicini, con una intensità sempre rinnovata. Non si può vivere a fianco degli altri senza accorgersi e senza soffrire per quanto essi sopportano. Non bisogna nemmeno stupirsi di vedere un vicino, lui stesso miserabile, deporre un pacchetto di cibo alla porta della famiglia di fronte. Sotto a tutto questo c’è per le famiglie, il bisogno degli altri. Per salvare la loro dignità, per rimanere rispettabili davanti a loro stessi e agli occhi dei figli, hanno bisogno di rendersi utili, di essere apprezzati e considerati dai vicini. Da qui il bisogno lancinante di intendersi con chi vive loro accanto.

Questa vicinanza, l’abbiamo capito, i più poveri non l’hanno scelta. La politica degli HLM impone alle famiglie più povere di vivere insieme a colture diverse senza dar loro la possibilità di farlo nel mutuo rispetto. Immaginiamo che cosa significhi per degli uomini e donne stanchi avere dei vicini rumorosi, chiassosi, in alloggi non insonorizzati? Di avere come vicino l’uomo uscito di prigione, che ha rubato, che ha violentato la vostra figlia di otto anni?

A questo bisogno di intendersi con i vicini, si aggiunge quello di riuscire a vivere in un ambiente più vasto: quello, i poveri non l’hanno proprio scelto. Le famiglie del quarto mondo non hanno scelto la scuola per i loro figli, non hanno scelto per quanto riguarda la salute, sono obbligati ad andare al dispensario di quartiere. Non hanno i mezzi per scegliere un assistente sociale né di lamentarsi di quello che è gli è stato imposto.

Insomma è necessario accettare la convivenza con tutte queste famiglie altrimenti la vita diviene intollerabile. Bisogna anche saper accettare, con un minimo di consenso, l’intervento di tutte quelle persone che hanno potere su di loro e sui loro figli e senza le quali sanno bene che non potercela fare.

Rivedo quell’uomo al cimitero, nel luglio scorso: sua figlia di nove anni è stata travolta da una macchina mentre camminava sul marciapiede. La bambina è morta. Dopo il funerale il padre mi diceva:”Voi capite, io avrei voluto strozzare quel mascalzone che aveva ucciso mia figlia! Ma quando sono arrivato al Commissariato e ho visto che si trattava di una donna handicappata, allora, non ho più saputo dire niente; ho pensato che anche per lei era terribile aver ucciso mia figlia. Abbiamo pianto insieme e ho detto a mia moglie che dovevamo perdonare. Ma credetemi, è duro!”

Cerchiamo ancora di approfondire il bisogno di raggiungere ad ogni costo, una certa armonia con la società che ci circonda. I più poveri hanno bisogno di ottenere la pace con il mondo circostante, perché la vita li ha privati di identità, li ha privati di diritti. Essi non sono riconosciuti soggetti di diritto e non hanno i mezzi di imporsi come tali. Le famiglie del quarto mondo quando prendono coscienza di essere privati di ogni diritto, hanno un solo mezzo efficace per essere, malgrado tutto, riconosciute, un’ultima arma, assoluta: quella di esporre la loro miseria e la sofferenza che essa comporta. “Guardatemi, provate quello che io provo; allora comprenderete e non potrete non tendermi la mano”.

Di questo i più poveri hanno fatto l’esperienza e sanno infatti usare la loro miseria per chiamarci alla fraternità. E’ falso pensare che essi non potrebbero rivoltarsi. L’hanno già fatto nel corso della storia! Ciò che li ferma più sovente, è questa sete insensata di riconoscimento, di essere riconosciuto come fratello, come uomo: “che gli uomini imparino a darsi la mano”, come si dice nelle “cités” sottoproletarie. Anche, per ottenere il riconoscimento della loro persona, mostrano la loro miseria sapendo che essa parla da se stessa e che obbliga l’interlocutore a porsi delle domande. Non lo fanno esponendo fatti che li umiliano, come chiedono i servizi pubblici, ma parlando della loro sofferenza.

Così, questo uomo disoccupato e questo marito in mezzo alla strada con moglie e figli, per ottenere un appoggio o un soccorso dicono quanto soffrono. L’uomo nella strada per ottenere un tetto, racconta dettagliatamente la malattia della moglie, il numero e la brutalità degli uomini mandati a sgomberare il suo rifugio: “Hanno rotto la stufa, messo il materasso sul marciapiede mentre pioveva”. Un altro va chiedere un aiuto al Comune portando in braccio il figlioletto di quattro anni.

Non dicono: i miei diritti sono stati calpestati; dicono: “Vedete quanto soffriamo, aiutateci.” E riversano davanti all’incaricato per l’aiuto sociale, tutto il fardello che pesa su di loro. Come quella ragazzina di 11 anni che un giorno venne a cercarmi con un foglio scritto dalla madre che mi chiedeva qualche soldo per comperare un po’ di pane. Volevo rimandarla indietro dicendo : “E’ la tua mamma che doveva venire”. Ma la ragazzina in risposta: “Ed io, non ho il diritto di mangiare?”

Questa ultima arma, che è la miseria che attira la pietà, è il lamento dei poveri. Esso può suscitare l’elemosina, forse anche il reciproco aiuto e la solidarietà. E loro lo sanno. Assenza di pudore, diranno forse molti benestanti, assenza di senso dei loro diritti, assenza di fierezza? La questione è più profonda. Il quarto mondo sa, i loro vecchi lo sapevano già per esperienza, quando si è troppo miserabili, i diritti non hanno più valore. Non resta che confidare nella pietà. I più poveri sanno per esperienza che i Diritti dell’uomo valgono solo per gli uomini che sono già riconosciuti come tali; essi non valgono invece per quegli uomini che sono sospettati di essere sotto-uomini, degli inferiori, dei rifiuti. Sanno che l’ultimo bastione non sono i diritti scritti nelle costituzioni e nelle dichiarazioni. Sanno che l’ultimo bastione dell’uomo è la misericordia, la giustizia e la pace fondate sull’amore.

In un quartiere di catapecchie a Glasgow, in una “cité” sottoproletaria di Marsiglia o in una “cité” marginale di Basilea, solo quella è la pace che gli abitanti possono creare tra loro. Perché -come dicevo- la loro condizione li costringe al nervosismo, alla disputa, alla violenza gli uni contro gli altri. Tuttavia per vivere, per trovare dalla vicina il latte che manca, per avere l’aiuto del vicino per portare la moglie all’ospedale, bisogna continuamente perdonarsi le baruffe e le ingiurie del giorno prima. Senza perdono reciproco, senza mansuetudine, non vi è più vita possibile nel casamento sovraffollato, nel campo malfamato. Allora si dirà: ”Bisogna comprenderlo, è violento, mi ha brutalizzata: ma non ha lavoro, gli hanno rifiutato l’indennità di disoccupazione. Amava sua moglie e lei lo ha lasciato” . Ma questa mansuetudine personale, dimenticata in un giorno di grande pena e rinata il giorno dopo, si ritorce contro quelli che vivono così. “Che instabilità, che incostanza” dicono i servizi sociali e il vicinato. “Sono sempre ai ferri corti, poi li si vede amici che scherzano tra loro”. E’ la ricerca di una pace impossibile, la più disperata che vi sia. Essa non è riconosciuta come tale ma viene derisa e mai presa sul serio.

E’ una ricerca di pace, di fraternità in definitiva pericolosa, infatti resta una strategia personale al fine di ottenere un aiuto immediato: mantiene lo statu quo dei falsi rapporti tra ricchi e poveri. Provoca in noi gesti di una compassione che non arriva mai fino alla fraternità. Minestra popolare, distribuzione di vestiario, ripartizione di stocks di eccedenze, di “burro di Natale”, di latte ai bambini alla mensa scolastica. Infatti che cosa significa il latte a scuola, se la scuola non si trasforma per assicurare l’istruzione dei bambini della miseria? Che cosa significa “la minestra di notte” a Parigi se l’indomani non organizziamo la formazione professionale? Che cosa significa l’accoglienza d’urgenza se dopo non offriamo la sicurezza di un tetto, del lavoro, delle risorse?

Dicevo che i diritti dell’uomo senza amore, senza tetragono rispetto dell’uomo, non arriviamo ai più poveri. L’amore che rimane pietà epidermica, che non arriva sino a riconoscere i “Diritti dell’uomo” anche per i più poveri, li lascia in una inferiorità che ferisce, nell’impotenza contro le umiliazioni. Questo falso amore schiaccia l’uomo più della fame.

E’ per questo che la richiesta personale di pace è pericolosa per i più poveri. La non violenza che cambia il mondo è quella che porta le famiglie a prendere posizione insieme. Essa è la non-violenza cosciente comune e attiva.

E’ di questa, in germe anche nel quarto mondo, che vorrei ora parlarvi.

La non violenza, una coscienza comune

La non violenza, ricerca di amore e di unità tra tutti gli uomini, si trova nel cuore di quelle famiglie senza difesa contro la violenza. E’ di questa non violenza, progetto per l’umanità, che devo parlare.

Andiamo, se lo desiderate, a seguire una storia attraverso i fatti, per vedere come la non violenza scappatoia e la non violenza della mansuetudine personale possano diventare un’altra cosa. Farò alcuni esempi dei quali siamo stati testimoni nella regione parigina. Forse ricorderete ciò che avvenne negli anni 1960, un periodo di forte dibattito, di rifiuto e anche di rivolta contro il moltiplicarsi delle bidonvilles e particolarmente riguardo al campo dei senzatetto di Noisy-le-Grand.

Fu nel corso di quei dibattiti che venne pronunciata, per la prima volta, la parola “ingiustizia”. Con i gruppi di ATD Quarto Mondo, questa parola venne fatta propria dagli abitanti di quei luoghi di miseria, come il campo di Noisy, la cité d’urgenza La Cerisaie a Stains e le due grandi bidonvilles a Saint-Denis e a La Courneuve. Noi ci siamo trovati, allora, nella grande confusione di diverse reazioni violente. Come se, nel mondo eterogeneo della miseria formato dai senza-tetto: focolari sottoproletari francesi, lavoratori stranieri, famiglie rimpatriate dall’Africa del nord, e anche famiglie di origine nomade, tutti, improvvisamente non concepivano che una sola reazione possibile: la rivolta.

Fu un periodo molto difficile, in particolare al campo di Noisy. Oltre 250 famiglie francesi, provenienti da tutte le regioni o rimpatriate dall’Algeria,vi si trovavano ancora alloggiate. Molte erano nella miseria da più generazioni: analfabetismo, disoccupazione, scarsa salute, vita di espedienti. Altre erano un po’ meno colpite e non tutte erano senza difesa. Tutte però nella stessa barca, alloggiate in piccoli hangars-bifamiliari in fibrocemento. Ogni riparo aveva 8,50 metri di lunghezza e 5,20 metri di larghezza. Famiglie con 7-8 bambini si stipavano nel piccolo spazio, mal protette in inverno e con i figli disidratati in estate. A causa delle condizioni di vita impossibili, i bambini passavano ogni anno lunghi mesi in ospedale. Tra questa popolazione mal nutrita, senza servizi igienici, passò improvvisamente una ondata di violenza. Vi dicevo poco fa della loro capacità di evitare lo scontro. Ora invece eccoli impegnati ad incendiare i propri locali costruiti con tanta fatica e pazienza. Un asilo d’infanzia in fiamme, devastata una piccola baracca-ufficio con i dossiers delle richieste di lavoro e di aiuto. Si intensificavano i furti, un magazzino venne saccheggiato. Uomini e donne eccitati se la presero con il sindaco e con gli impiegati comunali. Alcuni dichiararono improvvisamente di essersi associati alle azioni per l’Algeria francese.

Per proteggermi, prete che ero tra loro, uomini con delle carabine organizzarono delle ronde notturne intorno alla baracca dove abitavo. Clima caotico, nel quale i volontari si trovarono completamente sconcertati. Ci volle del tempo per discernere la vera rivolta da quella falsa. La vera, quella delle famiglie dei “pieds-noirs”, seguite da alcune famiglie operaie, e la falsa, maldestra, quella delle famiglie della miseria.

Non dimenticherò mai la lunga fila degli uomini e donne che vivevano recuperando ferraglia e stracci, abituati a frequentare le discariche pubbliche, che venivano a dirmi: “Padre, bisogna che tutto ciò finisca, così non si può più vivere… Padre, dite a quelli che appiccano il fuoco, di andarsene!”…”Padre, e se ce ne andassimo di qui per vivere in pace, voi verreste con noi? Starete bene, vi costruiremo una baracca tutta per voi”.

Quel mattino e le settimane che seguirono, furono i momenti più decisivi per la presa di coscienza e di identità del volontariato ATD Quarto mondo. Al centro di tutta quella violenza, il volontariato era testimone e poteva condividere la presa di coscienza delle famiglie: non vogliamo la violenza, vogliamo la pace. Loro stessi attraverso l’esperienza di quei mesi allucinanti, potevano fare discernimento, dirsi e dire, ciò che pensavano di questa forma di violenza proposta dai più forti…

Alcuni anni dopo, nel 1968, le famiglie di La Cerisaie ci affidavano un identico messaggio. Popolazione troppo miserabile per essere presa in considerazione dai grandi movimenti di quel tempo, quando lo sciopero era nelle norme e la rivolta nell’Università, nessuno venne a dirle di insorgere. Essa tuttavia sapeva ciò che avveniva nelle vicine bidonvilles che erano abitate da emigranti che avevano trovato lavoro mentre a La Cerisaie l’80% degli uomini era disoccupata. La violenza vi prese radice per la grande delusione di non essere presa in considerazione da nessuno. La Cerisaie divenne, tra i luoghi della regione parigina, la cité della disperazione. Vi entrò la violenza ma contro le sole persone dell’esterno presenti nel campo: i volontari di ATD! Furono molestati, derubati, il loro alloggio venne danneggiato, di giorno e di notte per settimane. Si trovarono davanti a uomini e donne completamente disorientati che dicevano: “Non è questo che volevamo…volevamo sapere se almeno voi sareste rimasti al nostro fianco, se resterete con noi”.

Non mi soffermerò sulla storia delle bidonvilles che, in quel tempo, furono La Campa a La Courneuve e Les Francs Moisins a Saint-Denis. A La Campa si trattava di scontri più o meno violenti tra gli abitanti, la polizia e gli incaricati alla distruzione periodica con i bulldozers dei ricoveri di fortuna. Ma le famiglie spagnole che li abitavano non erano formate alla lotta di classe come gli operai francesi. Troppo povere, minacciate del ritiro del permesso di lavoro e di quello di soggiorno, la loro violenza si esauriva in fiammate contro un bulldozer o una uniforme di CRS.

Ai Francs Moisins, bidonville di oltre 5000 anime, in prevalenza di nazionalità portoghese, la violenza generale non trovò radici a causa delle origini rurali della maggioranza delle famiglie, del loro modo di pensare, della loro saggezza contadina. Per loro tutta quella confusione era nefasta e pericolosa. In segno della loro determinazione di difendersi con pale e picconi che avevano tra le mani, i portoghesi fecero la guardia per diverse notti, nel timore che gli studenti di Nanterre, in segno di solidarietà con la classe operaia, venissero a dar fuoco alla bidonville.

Rifiuto della violenza espresso dalle popolazioni più povere, non si trattava ancora di un vero progetto di non-violenza. Ma in quel momento della storia, i più poveri si confrontarono con situazioni in cui la violenza non era solo una tentazione, una reazione personale istintiva alle sventure loro imposte. Era loro proposta una violenza collettiva. Elementi estranei al loro ambiente venivano ad incoraggiarli ad azioni comuni contro la società. I gruppi di ATD Quarto mondo sono testimoni che, di fronte alla possibilità di entrare in un certo tipo di lotta, i più poveri dopo un momento di angoscia, hanno detto no! “No! Noi vogliamo che le cose cambino, ma non così!”

In verità il cambiamento era duplice “Noi vogliamo che ciò cambi” dicevano le famiglie. Rileggendo i rapporti dei volontari , credo di poter dire che, negli anni 1960-1968, le parole “noi, le famiglie delle cités” entrano quasi impercettibili, poi in maniera sempre più evidente innanzitutto nel loro vocabolario. I più poveri hanno preso coscienza che potevano dire noi. Ormai la Francia aveva per lo meno riconosciuto l’ingiustizia delle loro condizioni di alloggio. Non era più una questione di carità, come dieci anni prima, ma di diritto, di giustizia. I più poveri erano diventati i detentori di un diritto! Con questo riconoscimento, certamente ancora debole, le famiglie sottoproletarie erano annoverate tra i titolari di diritti, potevano cominciare a riconoscersi tra di loro. Esse potevano affermarsi come persone, come famiglie, come un gruppo, degne di diritti e di conseguenza onorabili e non dovevano nascondere la loro appartenenza.

Questo noi è la prima acquisizione realizzata in quegli anni turbolenti. Rese possibile una seconda presa di coscienza: “Noi vogliamo il cambiamento, ma non lo vogliamo con l’odio, l’ostilità, la violenza”. Era nata una coscienza comune. Restava da sapere quali cambiamenti le famiglie volevano, quali strade avrebbero intrapreso.

La non-violenza, una lotta di tutti gli uomini per la pace

In Francia, garantire a tutti un alloggio non era un problema di compassione, ma una sfida ai Diritti dell’uomo. Penso che la presenza del volontariato all’interno delle cités abbia contribuito molto alla preparazione delle famiglie sottoproletarie a far proprio il cambiamento di cui erano oggetto. Infatti, che cosa avevano fatto i volontari se non sostenere con tutti i mezzi disponibili la convinzione che queste famiglie, i loro genitori, i loro antenati, da così lungo tempo vittime della miseria lo meritavano pienamente? Quando si è coscienti di avere degli ascendenti rispettabili, non si è sorpresi sentirsi dire che si hanno dei diritti.

Scoprirsi uomo di dignità e di onore, scoprire delle radici onorevoli, prendere coscienza che ogni uomo, per quanto sia colpito dalla miseria, possiede una dignità inalienabile, disinnesca la violenza nei luoghi della miseria. Quando ci si riconosce rispettabili, insieme, si può anche scoprire di essere intelligenti, di sapere molte cose sulla miseria che non cessa di generare la violenza. Si apprende a ragionare insieme. E quando si sa ragionare, si sa convincere. “Quando si parla non ci si litiga” Fu una sera la conclusione di un uomo tra i più violenti in una cité in Val-d’Oise.

L’uso della parola per esporre ormai insieme una miseria non solo personale ma vissuta da tutto un popolo al fondo della scala sociale, venne prolungata con la scrittura. Nel campo di Noisy-le-Grand, le famiglie si coalizzarono per ottenere la demolizione del ghetto insalubre dove vivevano. Ogni settimana, nel corso di molti mesi, inviarono una lettera di protesta al generale De Gaulle, allora presidente della Repubblica. Le famiglie vi esposero a turno, ciascuna a modo suo, ma di comune accordo, la loro sofferenza, la loro miseria, la disoccupazione, le malattie dei loro bambini. Reclamavano la costruzione di una cité nella quale i ragazzi e gli adulti potessero finalmente vivere decentemente. Quando ebbero causa vinta, alcune famiglie rifiutarono di essere rialloggiate per prime, volendo essere sicure che a tutte e in primo luogo alle più povere, fosse attribuito un alloggio.

Così le famiglie del campo di Noisy utilizzarono come forza di persuasione la loro miseria, la situazione di abbandono e la sofferenza che gli erano state imposte per più di dieci anni e, in fondo, da sempre. Esse ne fecero l’ultima arma per costringere i poteri pubblici a prenderle in considerazione e proposero nuove forme di vita nella dignità. La differenza con il passato è che lo fecero con una azione comune. Era già un modo di realizzare un progetto comune non violento.

Ma un’altra svolta sopravvenne negli anni sessanta. Una doppia svolta, perché a forza di consolidare la loro identità, le famiglie si erano date un nome. “Noi siamo il quarto mondo”….Ormai dicevano ”Noi, del quarto mondo”. Infatti le famiglie avevano voluto trovare, in altri momenti della storia, l’epopea di un difensore dei più poveri: Dufourny de Villiers. Nel 1789, all’inizio della Rivoluzione, quest’uomo aveva evocato l’esistenza di un “Quarto Stato”: il “sacrosanto”ordine degli sventurati del Regno. Egli raccolse dei testi con le loro proteste (cahiers de doléances) e reclamò la rappresentanza del Quarto Stato al fianco dei nobili, del clero e della borghesia. Le famiglie vi si riconobbero, vi ritrovarono delle straordinarie somiglianze. Dicevano:”Questo, siamo noi”. E il “Quarto Stato” divenne allora “quarto mondo”.

La seconda conquista raggiunta,era che “noi, il quarto mondo”, non poteva più essere soltanto “noi del campo di Noisy”, “noi della Cerisaie”: Gli orizzonti si erano allargati alla regione, alla Francia, all’Europa e dal 1963, agli Stati Uniti e all’India.

Già a Noisy, con le lettere settimanali al Presidente della Repubblica, le famiglie del quarto mondo ricordavano i rischi che correva la democrazia accettando l’ingiustizia. Sostenevano che la democrazia sconfessava se stessa quando considerava l’abbandono dei più deboli come ineluttabile, e ne relegava la soluzione a progetti futuri….

Nella stessa epoca gli abitanti della bidonville La Campa scelsero tutti di comune accordo, la stessa arma: mostrare, senza tanti discorsi, la loro miseria, la loro sofferenza e il disprezzo nel quale erano costretti a vivere. La bidonville si trovava lungo una strada nazionale percorsa ogni giorno da migliaia di macchine. Gli abitanti decisero di attaccare dei cartelli sui tronchi degli alberi che fiancheggiavano la strada con le scritte: “Qui, 3500 persone nel fango, di cui 2000 bambini!” Ogni sera la polizia veniva a strappare i cartelli. Ogni mattina uomini, donne, giovani e bambini della bidonville tornavano a rimettere nuovi cartelli. Fino al giorno che il direttore del Fondo di azione sociale accordò di inserire La Campa nella lista delle bidonvilles da rialloggiare con precedenza.

Ai Francs Moisins a Saint-Denis, le famiglie optarono per una strategia simile, ma forse più originale. Per esporre la loro situazione senza uscita decisero, con l’aiuto di una piccola équipe di ricercatori di ATD, di fare un’inchiesta sulla loro situazione. Questa iniziativa, condotta dalle stesse famiglie, interpretava le statistiche ufficiali in termini di sofferenza delle persone. Inchiesta che fece colpo, inchiesta-sfida poichè per l’Amministrazione questa bidonville di oltre cinquemila persone, non esisteva! Situata su di un terreno abbandonato, non avevano un diritto per le PTT! Per ricevere la corrispondenza, gli abitanti avevano affittato una casella postale “in città”. Risultato sorprendente di questa audace azione non violenta fu che il Fondo di azione sociale coprì le spese di questa ricerca della quale nessuna Amministrazione poteva, a priori, rallegrarsi.

I risultati hanno così dato ragione alle famiglie di Noisy, di Stains, di Saint-Denis, della Courneuve. Infatti, negli anni ’60 le riunioni degli adulti del quarto mondo si trasformarono, poco a poco, nelle Università popolari. Esse avrebbero potuto divenire dei meetings politici, destinati ad alimentare una lotta di uomini contro altri uomini, di poveri contro ricchi. Le famiglie ne fecero la loro università dove la parola era al servizio di un nuovo sapere, elaborato insieme, che si fondava sull’unità e la pace . La pace tra loro ma anche la pace con il mondo che le opprimeva.

Alle loro serate invitavano il direttore generale per l’impiego, la direttrice dell’educazione nazionale e molti altri rappresentanti dei poteri pubblici. Queste Università popolari che a volte si tenevano nelle cantine o nelle baracche, a volte nelle capanne e persino nelle prigioni, sono oggi sparse nel mondo. Esse si situano nel filone della storia, iniziata silenziosamente, nella regione parigina.

E’ in queste università, in luoghi e strade dove nessuna università avrebbe mai pensato di insediarsi, che ha preso inizio un nuovo percorso per la pace : quello dei grandi raduni che hanno accompagnato gradualmente la strada delle famiglie. Avvenimenti popolari, vere feste dei Diritti dell’uomo, dove esse potevano ritrovarsi attraverso le frontiere e gli oceani per esprimere ciò che avevano riflettuto e costruito insieme nelle università locali e regionali. Questi avvenimenti hanno sempre avuto un duplice carattere:
 di svolgersi nella pace, la gioia, la festa tra le famiglie;
 di rappresentare una mano tesa verso gli altri cittadini.

Infatti vi sono invitati funzionari, uomini politici, professionisti, cittadini di ogni orientamento sociale, religioso e politico. Perché per i più poveri non vi è da privilegiare una classe, un partito, una professione. Perché nessuno ha mai veramente fatto degli ultimi i primi; nessuno li ha messi al centro del proprio interesse.

La non-violenza un successo in se stessa.

Vorrei dire un’ultima parola sulla condizione essenziale che ha reso possibile questa storia e sui frutti che ha prodotto. Le famiglie ci hanno anche insegnato di giorno in giorno che la non-violenza scelta liberamente, comune ed attiva, la non violenza, progetto per l’umanità, rappresenta per se stessa un incalcolabile rischio. Un rischio da prendere in considerazione soltanto se altre persone s’impegnano e dedicano la loro vita al fianco dei più poveri. Non affrontare una lotta aperta e addirittura perdonare l’imperdonabile, in questo i più poveri sono i nostri maestri. Da parte nostra è una grave ingiustizia ad essere così pochi a farglielo capire. So bene che come prete il mio primo dovere sarebbe quello di comunicare ai poveri che essi sono “fortunati” perché sono artigiani di pace; dovrei dire agli umili che essi sanno delle cose che il Padre ha nascosto ai potenti e che la principale di queste cose nascoste è giustamente che gli uomini devono praticare il perdono, perché il perdono è la sola garanzia della pace.

Ma io credo sinceramente che vi sia anche il dovere di condividere. La condizione essenziale perché le famiglie del quarto mondo si mobilitino verso una azione comune per la pace, sta nella presenza al loro fianco di fratelli, di volontari che di fronte all’ingiustizia si uniscono a loro: a mani nude, senza armi né bagagli, senza teorie predefinite, senza mezzi. In definitiva la condizione è che vengano come volontari nella fraternità ma anche come allievi per imparare dalle famiglie e in seguito diventare dei testimoni attivi.

Bisogna, malgrado tutto, valutare i rischi che facciamo correre ai più poveri quando proponiamo una azione non violenta comune. Abbiamo mai pensato a quello che può suscitare nell’animo e nel cuore dei benestanti un movimento per la pace da parte di una “cité” spinta unicamente dal peso della propria miseria? Le famiglie da parte loro non hanno bisogno di molta immaginazione per rendersi conto dei pericoli:”Noi lo abbiamo già provato: è meglio tacere- ci dicevano -altrimenti ci cacciano e ci tolgono i nostri figli”. Rischi non immaginari perché espulsioni e orfanotrofi facevano parte della loro esistenza da più di un secolo.

Eppure nel 1968, quando la Francia sembrava precipitare nella rivoluzione, le famiglie cercarono un dialogo con le Università e gli studenti contestatori, con le organizzazioni delle famiglie e con gli operai di ogni orientamento. “Noi siamo quelli che soffrono di più per gli scioperi; i nostri vaglia e i nostri sussidi non arrivano, i bambini non hanno più da mangiare”. Che umiliazione veder arrivare camion con gli studenti che scaricavano i resti, a volte avariati, delle vettovaglie portate agli scioperanti nelle fabbriche.

Se le famiglie hanno tenuto duro ciò non fu per qualche successo molto spesso subito rimesso in discussione da nuovi insuccessi. Fu possibile,credo di poterlo affermare, per l’esperienza ormai vissuta con un volontariato diventato internazionale. Infatti umiliante e duro fu per le famiglie il contatto avuto con i benestanti. Esse scoprirono che spesso per quella gente la lotta era solo a livello di idee, la verità era solo a base di concetti mentre per loro la verità era nella vita. “Hanno solo delle belle idee, ma non possono conoscerci”.

Dura esperienza anche per i volontari. Non facevano forse parte della generazione che voleva cambiare il mondo? Lo credevano, ma quando partecipavano ai meetings alla scuola di medicina, alla Sorbona o a Nanterre si vedevano togliere dalle mani il microfono.

Malgrado la delusione, le famiglie continuarono a volere la fraternità tra tutti gli uomini. Si passavano la parola:”E’ questo la giustizia, la pace; insomma bisogna amarsi!” Era anche quello che confermavano i volontari con la loro vita per averlo appreso dalle famiglie: anche nella miseria più nera, l’amore è possibile. Che la volontà di non farsi imprigionare in un ghetto è più forte dei costruttori di ghetti. Che la legge del più forte non è più una legge se gli uomini la rifiutano, se degli uomini in risposta si servono della parola disarmata degli umili. Il volontariato affermava, per averlo appreso nelle “cités”, che i più piccoli nel loro intimo esigono l’accordo e la conciliazione e la pace. Il volontariato non portava nessuna ideologia estranea al quarto mondo, né alcuna competenza particolare: salvo quella di aver appreso e di apprendere di giorno in giorno, a capire e a decifrare i segni, a restituire ai più poveri la loro storia.

Il solo risultato di cui oggi siamo certi è che questo percorso contribuisce a liberare i più poveri al punto che essi possano diventare degli uomini di conciliazione e di alleanza. Ma noi siamo anche certi che questo risultato comporti anche un grave pericolo: quello di mantenere lo statu quo dell’ingiustizia facendo della non-violenza “Panem et circenses” per i poveri.

Per la pace, abbandonare ogni potere

Proclamare che non si è nemici di nessuno, che nelle lotte per una vera giustizia non possono esserci né vincitori né vinti, proclamare che non può esserci altra alternativa per la pace nel mondo che il ritrovarsi nella fraternità, tutto ciò rappresenta una minaccia per coloro che detengono una qualche forma di potere. Perché la pace e la non violenza - i più poveri di ogni epoca ce lo insegnano – significano una perdita di potere per coloro che lo esercitano.

Ogni nostra iniziativa, tutti i nostri movimenti per la pace sono da verificare appena essi acquistano forza e prestigio. Subito si pone la questione, nel momento stesso in cui si acquisisce un minimo potere. Per i credenti si pone sotto lo sguardo di Gesù Cristo che ricorda al mondo che la salvezza è venuta dalla sua scelta di rinunciare ad ogni potere, facendosi uguale ai più indifesi, ai più reietti. Anche noi dobbiamo chiederci dove andiamo con il quarto mondo quando lo incoraggiamo nella sua richiesta di pace. Il nostro percorso può condurlo a ritrovarsi un giorno, ancor più immerso di prima nella miseria, più deluso, più disperato.

Come non trepidare di fronte alla fragilità delle sue modeste conquiste? Sono un vantaggio per lui? Nell’immediato, certamente. Ma un vantaggio per quanto tempo? E se non c’è un incremento di queste umili vittorie, se c’è un arresto o anche una recessione, che sono da temere in questi tempi di crisi e di grandi cambiamenti, che ne sarà del quarto mondo, domani? I lavoratori sottoproletari nella società dell’informatica che si sta espandendo intorno a noi, potranno continuare a dire ciò che essi vorrebbero essere, ciò che vorrebbero divenisse questa nuova umanità aperta agli orizzonti dell’elettronica? La lotta per ridurre la fatica, per la modernizzazione, sarà una lotta per la pace, cioè a favore in primis dei più poveri?

Tutto il nostro impegno deve portarci a riflettere dal momento che le famiglie del quarto mondo non sono invitate, occorre istruirle perché vi partecipino pienamente. La domanda vale per tutti noi anche per i nostri movimenti già impegnati per la non violenza e la pace. La nostra non violenza è anche la loro? La pace perseguita è quella di Gesù Cristo per realizzare l’unità di tutti gli uomini?

Sono queste le domande che le famiglie sottoproletarie continuano a farci. Ce le pongono non perché se ne parli tra noi ma per diffonderle attraverso il mondo, per farne una problematica permanente. La non violenza – chi la conosce meglio delle famiglie? – è da rimettere in discussione ogni giorno, un bene da riconquistare tutti i giorni. A questa conclusione voi stessi siete arrivati da lungo tempo. Allora perché aspettare per fare una alleanza con le famiglie le più allontanate dalle strade degli uomini? Non è verso di loro che per primi, il Cristo ci ha inviato?

Con le nostre lotte, le battaglie, le nostre preghiere, Dio costruisce un mondo nuovo dove gli ultimi saranno finalmente i primi, dove i potenti saranno spodestati. Un mondo in cui i ricchi avranno perso tutto, avranno restituito i loro beni, il loro potere, i loro privilegi per raggiungere Gesù nel cuore della miseria. Questo mondo vive già dentro di noi. Gesù sfigurato, schernito dai poveri stessi. Gesù sul cammino del Golgota,dove i giusti non andavano mai per la paura di sporcarsi, proclama: Beati i più poveri, benedetti coloro che, lasciando tutto per raggiungerli, divengono come loro degli assetati di pace.

Joseph Wresinski *

*« Refuser la misère. Une pensée politique née de l’action »,éd. Le Cerf – Quart Monde, Paris 2007

Quarto Mondo e Non Violenza

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