Ecco che cos’è l’Eucaristia

Interventi tenuti da P. Joseph Wresinski durante un incontro con gli assistenti delle “Communautés de l’Arche” (Comunità dell’Arca) durante il loro interludio sabbatico, il 30 giugno e il 1 luglio 1983, a Grenoble (Francia)

A volte nella Chiesa c’è un modo di mostrare un Cristo troppo glorioso, lontano dalla sofferenza di questo mondo, un Cristo che, in qualche modo, si tende a relegare «nel suo cielo». Mentre Cristo continua ad essere per l’eternità il Cristo crocifisso, con i piedi e le mani feriti, perché la Sua agonia continua fin tanto che il più piccolo dei suoi continua ad essere calpestato.E non potrebbe essere altrimenti, dato che per tutta la sua esistenza terrestre Cristo si è fatto conoscere come povero. Il Figlio di Dio non si è vergognato «di perdere la propria condizione privilegiata per diventare uno schiavo», di essere trattato alla stregua di tutti coloro che erano dei reietti, degli esclusi. Perché Cristo che si identifica nei poveri e i poveri che si identificano in Cristo sono i membri di una stessa comunità.

I Suoi seguaci, quelli che lo incalzavano da ogni parte sulle strade della Palestina, erano gli storpi, i miserabili, gli esclusi, gli invasati, i pubblici peccatori. Erano quelli che, per un motivo o per l’altro, erano esclusi dal Tempio, quelli che venivano tenuti ai margini dei circoli sociali. E tale emarginazione veniva accettata dai ricchi, dagli uomini di legge e dai sacerdoti.

Ed è in mezzo a quei poveri che circondavano Gesù, dei quali Egli era non soltanto il difensore, ma il testimone, per i quali Egli si impegnava quotidianamente, in ogni momento,con i quali Egli aveva creato una comunità dal destino segnato, è in mezzo a loro che Gesù ha imparato i segreti della sua vita umana e un nuovo modo di guardare a suo Padre. Gesù ha accettato gli insegnamenti della comunità dei poveri, una comunità che è costantemente il luogo della violenza, dell’insolito, del contrasto, del malumore. Cristo si è fatto schernire, insultare non soltanto dai farisei, ma da quei poveri con i quali egli ha vissuto il sovraffollamento – quello fatto di aggressività, di ingiurie, di vendette inflitte ai più piccoli, agli indifesi.

L’amore per gli umili e i piccoli Gesù lo ha imparato con i poveri, perché Lui ha dovuto difendersi da essi, ma anche perché l’aggressività provocata dalla miseria fa spazio alla pietà, alla misericordia. Non era possibile, neanche per Cristo, andare fino in fondo a quell’amore per i poveri senza essere messo al bando dalla società, e la morte di Gesù sulla Croce ha qualcosa a che vedere con quell’amore incondizionato, incommensurabile di Cristo per l’uomo reietto. Gesù a sua volta è divenuto la feccia del mondo, lo schiavo, quello calpestato, quello disprezzato.

Se oggi il nome di Cristo è un nome al di sopra di qualsiasi altro, è perché è stato scritto con il sangue dei poveri, con le lacrime dei poveri. Perché i poveri sono i testimoni di una passione

continua, di un’umanità condannata a morte nei più poveri dei suoi. Se Cristo ha incontrato i più poveri, i più piccoli fra i poveri del suo tempo è perché Egli è stato uno di loro, perché Egli si è messo all’ultimo posto.

Per noi, oggi, non vi è alcun’altra via che quella di seguire Cristo. Se perdiamo il contatto con i più poveri, perdiamo necessariamente il contatto con Colui il quale si è identificato in essi, con Colui il quale non tiene nulla per sé, perché Egli si è fatto dono totale, pane condiviso, servo.

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