Sono nato ad Angers. Mio padre era polacco. Lavorava in fabbrica Era stato mandato a Madrid dove aveva conosciuto mia madre. Poi, sempre per lavoro, è venuto in Francia e quando è stata dichiarata la guerra erano tutti e due a Parigi. Al momento della dichiarazione di guerra mio padre è stato arrestato e ovviamente mia madre con lui. Dal momento che era un cittadino polacco-tedesco, era considerato tedesco, perciò è stato messo in prigione, lo hanno messo in carcere. È stato internato, se vogliamo dire così, insieme a sua moglie e a suo figlio Louis. La detenzione è sempre atroce. In quel periodo hanno avuto un altro figlio, mia sorella, ma non avevano di che sfamarla, ed è morta di fame. E quella bambina morta di fame ha molto segnato mia madre. Doveva avere più o meno un anno, credo. Fu bruttissimo perché dalla prigione furono mandati a Saumur. Gli abitanti di Saumur li andavano a insultare, gli tiravano sassi attraverso le sbarre. Dopo sono stati rinchiusi nel Grand Séminaire di Angers requisito per quell’uso e c’era sempre anche mia madre. Tutti e due in carcere. Mio padre, polacco tedesco, era considerato come un nemico della nazione francese. E questo lo ha profondamente condizionato, tanto che non si è mai ripreso.
Io sono nato all’ospedale di Angers nel 1917. Quando mio padre è uscito di prigione, sono andati a stare in rue Saint-Jacques. Lì mio padre ha cercato di darsi un po’ da fare per guadagnarsi da vivere. Mio nonno, quello polacco, era orologiaio, aggiustava gli orologi e mio padre ha cominciato anche lui a riparare orologi. Poi, un bel giorno, qualcuno gli ha affidato un orologio d’oro. Sono arrivati due americani nel negozietto dove lavorava e glielo hanno rubato. E quindi, figuriamoci, nel quartiere le malelingue hanno cominciato a sparlare. Mio padre si è svenato per rimborsare l’orologio, ma nel quartiere era comunque considerato alla stregua di un ladro.
E questo, beh questo ha profondamente segnato mio padre. Facendo sì che lui si convincesse che non poteva più rimanere in Francia. Si sentiva umiliato. Perciò ha voluto partire per tornare in Polonia. Mia madre esitava perché avendo conosciuto la povertà e la miseria, non era una donna che voleva rischiare, soprattutto per i suoi figli. Quindi lei non ha accettato di seguirlo immediatamente, finché un bel giorno ha perso le tracce di mio padre. In pratica si sono separati, c’è stata la separazione non per ragioni famigliari, ma a causa degli avvenimenti della vita. (…)
All’inizio mio padre era] ripartito per la Sarre. Avevamo avuto sue notizie, continuava a chiedere a mia madre di tornare, di raggiungerlo, chiedeva che lo raggiungessimo tutti lì. Ma mia madre non voleva farci imbarcare in un’avventura senza essere sicura, senza certezze capisce? Perciò ha continuato a esitare fino a quando un bel giorno non abbiamo più avuto notizie. In seguito – perché abbiamo provato a fare delle ricerche – abbiamo saputo che lui era tornato in Polonia e che era scomparso durante il bombardamento di Dantzig (oggi Gdansk). Era tornato a Dantzig. È tutto quello che sappiamo di lui.
E quindi abbiamo vissuto con mia madre. Era una grandissima persona che ha saputo farsi rispettare dagli altri, non con le lamentele, ma perché lei ci teneva ai suoi figli. Lei sapeva ragionare. Ed è per questo che io mi sono sempre battuto affinché ai bambini e ai giovani che incontriamo noi insegniamo a ragionare. Quello che uccide i poveri è che essi non trovano risposte quando vivono situazioni molto difficili e per questo motivo non riescono ad uscirne. Gli manca la capacità di ragionare, che è la cosa più importante. Non riescono a pensare, a riflettere. Non sanno cogliere i fatti, né le opportunità. E poi non sanno neanche tacere quando è il caso, non sanno mettersi da parte quando è necessario e farsi avanti quando bisogna. Capisce?
E uno dei motivi per cui, quando sono arrivato al campo di Noisy-le-Grand, ero molto più preoccupato di creare una scuola materna e anche una biblioteca per supportare l’attività scolastica, piuttosto che distribuire roba o altro. La mia preoccupazione era “la condivisione del sapere”. Vedevo ragazzi e ragazze dotati di intelligenze straordinarie, ma che a scuola non combinavano niente. Si sentivano così estranei, come in un altro mondo. Li vedevo crescere e mi dicevo: ma in qualsiasi altro luogo, questi giovani oggi sarebbero insegnanti, medici, religiosi forse. Hanno completamente sprecato la loro vita perché non riuscivano a pensare, a ragionare come si deve. (…) È una profonda ingiustizia!
