La condivisione

Introduzione ad un corso di formazione tenutosi il 27 dicembre 1966, rivolto a persone che non avevano esperienza di povertà e intendevano prestare il loro aiuto

Cosa vuol dire condividere? Ce lo hanno insegnato quando ero bambino. Poveri come eravamo, quando un mendicante bussava alla porta mi dicevano: « dai, vai a prendere un pezzo di pane e qualche spicciolo e dalli a quel povero che ha bussato ». A volte ci capitava di accogliere il figlio della vicina. La madre, che beveva, viveva sola con suo figlio il quale, quando tornava da scuola, trovava spesso sua madre accasciata accanto alla stufa:il povero ragazzino, tredicenne, la prendeva sottobraccio e la portava a letto. E a volte mia mamma lo faceva rimanere a mangiare con noi. Quando capitava che mia madre e quella vicina di casa litigavano, mia madre,con estrema soddisfazione,poteva dire: « … dopo tutto quello che ho fatto per lei».

C’era anche un prete che veniva a trovarci. Veniva per chiedere le offerte per la chiesa: da bravo curato quale era,andava a chiederlo a tutti i suoi parrocchiani, ma vedendo quanto fossimo poveri,si sedeva e rimaneva a lungo a parlare con mia madre e noi, come offerta, gli davamo sempre cinquanta centesimi. E siccome la sera, prima di andare a dormire, facevamo della carta da sigarette Zig Zag, poi gliele regalavamo, imbrogliando sui fogli…per noi era il nostro modo di condividere.

Ma quello che era straordinario era che quel prete che veniva a trovarci e si sedeva per ricevere sempre dieci centesimi e l’eterno pacchetto di Zig Zag, rimaneva a lungo ad ascoltare mia madre facendoci sentire onorati e molto importanti. E a volte ci faceva anche delle domande sui vicini di casa, chiedendoci magari di fare qualcosa per quel miscredente che abitava di sopra. Dava a mia madre la dignità che porta con sé la condivisione,e la possibilità di condividere non una cosa qualsiasi, ma la dignità, la fiducia. Si pensa a questo, quando si pensa ad un povero? Si pensa che il povero che abbiamo di fronte è povero non perché gli manca qualcosa per sé stesso, non perché gli manca il pane, non perché non può accogliere qualcuno alla sua tavola, e non perché non ha una dignità che non gli viene riconosciuta, ma perché non può dare, perché non ha niente da dare, perché non ha del pane da offrire, né la tavola alla quale accogliere qualcuno?

Quando ci davano qualche cosa, ci dicevano : « Tienilo per te ! » A mia madre dicevano: «Signora, è per i suoi figli».E ricordo che, quando avevo dodici o tredici anni,come tutti i bambini poveri, non per fare della carità, ma per una sorta di reazione all’aver ricevuto, regalavo sempre tutto … così fino all’età di sedici, diciotto, vent’anni. Regalavo tutto perché avevo sempre ricevuto ed ero stufo di ricevere sempre, quindi davo via tutto. Mio fratello faceva lo stesso, dava via tutto. Quando eravamo bambini, ci dicevano di non regalare niente, ci dicevano:« Sai, ti regaliamo delle caramelle, ma tu non ne hai molte … perciò sono per te, non darle a nessuno ».Mia madre stessa, quando riceveva qualche cosa … controllavano che non desse via niente, che non vendesse niente. Di fatto, quando le davano qualcosa, non la lasciavano stare, continuavano a seguirla attraverso le cose che le avevano dato, come se quelle cose rappresentassero un diritto di controllo, di sorveglianza sulla mia famiglia, una specie di verifica del fatto che lei ne facesse un buon uso. E quale era quel ”buon uso” ? Era che lei mettesse veramente le scarpe ai piedi del figlio, anche se erano troppo strette. Volevano sapere cosa avevamo fatto di quella cosa lì, perché in fondo non si fidavano di mia madre … si fidavano di mia madre quando vedevano le scarpe ai piedi di noi figli, allora in parrocchia dicevano: « Ah, vedi ! La Signora Wresinski è una che si può aiutare, perché usa veramente quello che le diamo. È una brava povera ! », cioè una povera veramente su misura, borghese, che risponde all’immagine del povero come l’abbiamo interiorizzata attraverso i secoli, come la si desidera. E voi potete immaginare la conseguenza di tutto ciò: mia madre non poteva condividere niente senza doversi giustificare. Per condividere era arrivata a questo punto: era obbligata a mentire. Quando le offrivano qualche cosa, era costretta a dire che non l’aveva, perché se l’aveva già, potevano dirle: « beh, Signora, lei un paio di pantaloni ce l’ha già, la sua vicina non ne ha… quindi lei riceve aiuto dalla Caritas? » E poi « Sì, riceve già altri aiuti». Quindi non le davano più niente, e mia madre, che aveva capito, era costretta a mentire continuamente e a dire che non aveva niente. E io ho visto arrivare mucchi di biancheria, della quale non sapevamo che fare, perché mia madre non aveva potuto dire: « non ne abbiamo bisogno». E comunque, la conseguenza più grave è che, dato che il povero non è abituato a condividere, si finisce col fare dell’uomo povero un alienato e un alienante. Dato che si pensa che il povero non abbia il diritto di condividere e gli si ricorda sempre che deve tenersi ciò che possiede, succede che il povero acquisisca una mentalità di rifiuto del suo prossimo. La maggior parte delle situazioni conflittuali che riscontriamo fra i poveri derivano da questo: al povero non è stato insegnato a considerare colui che gli sta a fianco come un compagno e un amico, come qualcuno col quale si condivide l’esistenza. Lo si è abituato a vedere il prossimo come un rivale, qualcuno che può ricevere al posto suo e che rappresenta un pericolo. Questo spiega quella specie di sordo rancore che si riscontra in chi è molto povero rispetto, per esempio, ai neri, agli algerini, agli stranieri. Ci si rende conto dell’alienazione della povertà. Ma la cosa più grave è che la mancanza di condivisione e quella mentalità fanno in modo che,sul piano lavorativo, venga seguita proprio tale mentalità. Il povero cerca di sottrarre il lavoro e il pane quotidiano al fratello che gli sta accanto, dicendo: « è uno schifo ». E ancora più grave di questo è che due persone dello stesso campo,che vivono qui nella stessa miseria e che non costituiscono un’entità,ma sono solo qualcosa di vago, un certo”algerino” – ma non sono fratelli che vivono gomito a gomito – quando si trovano nello stesso buco, non riescono a rimanerci, perché ad un certo punto sorge un conflitto: uno di loro parlerà male al padrone o al caporeparto di quel fratello che lavora accanto a lui. Il fatto è che, per farsi bello, quell’uomo che proviene dallo stesso ambiente rivelerà al padrone tutto ciò che quel fratello ha fatto, la prigione, i furti, le liti …, lo farà per tenersi il suo posto, perché dentro di sé ha paura di essere oggetto della stessa denuncia. Questo impedire ai poveri di condividere fa in modo che, sul piano del lavoro e su quello interiore, la comunità si divida. E più grave ancora è che tale impedimento della condivisione fa in modo che il povero diventi lo strumento del potere religioso, politico ed economico di una società. Perché è proprio per questo, è a causa di questo vivaio apolitico,aconfessionale, indefinito, “la massa”, che esiste una specie di riserva che facilita tutti gli autoritarismi, sia in fabbrica, che nella religione, che a livello sociale o politico; è quella massa che permette a tutti gli autoritarismi di trovare terreno fertile. È che quando è stato il momento, quell’uomo non ha potuto essere solidale con suo fratello, con l’uomo accanto a lui che invece ha scacciato, ha relegato lontano, mentre invece è sempre pronto ad appoggiare qualcuno contro il suo stesso gruppo. E tutta quella gente lì, che non ha niente da ricevere, né dalla Chiesa, né dalla politica, né dalla Francia, né da nessuno, quel popolo – si dice sempre – è il meno rivoluzionario del mondo. Ma si può anche dire che quel popolo è il più nazionalista in assoluto, che è quello che scende alla Bastiglia, non per sostenere i suoi fratelli operai, ma per sostenere il governo, l’ordine, un ordine però di cui non gode, un ordine che va contro il suo stesso gruppo, il suo stesso fratello, dato che è stato istituito senza pensare neanche per un solo momento che lui e suo fratello esistono.

La carità è voler condividere con gli altri ciò che ci hanno donato. E non solo è volerlo fare, ma anche poterlo fare. Non esiste carità se i poveri, attraverso il bene che facciamo loro, non imparano, seguendo il nostro esempio, a condividere con i nostri fratelli e se non si sentono solidali con essi rispetto a ciò che hanno ricevuto, a costo di perdere qualche cosa: ma per fare ciò, bisogna farne, di rinunce. Prima di tutto bisogna avere coscienza del fatto che ciò che noi diamo ai poveri non ci appartiene, ma appartiene a loro, senza alcuna restrizione. La condivisione comincia, e la carità con essa, quando sentiamo veramente di rimetterci alla volontà dei poveri e quando i beni che ci sono stati dati per loro, veramente e senza remore, noi li consideriamo come loro averi. In quel momento saremo obbligati a fare appello a loro. Per concludere, una semplice frase che costituirà il leitmotiv della nostra riflessione: è molto più bello ed è sicuramente meglio donare che ricevere. Ricevere, a lungo andare, diventa una vergogna. Dare è sempre una promozione, perché il dono è una condivisione d’amore e di dignità.

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